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trimestrale - ISSN 1121-0095, ISSN elettronico 1594-2201
anno 27, numero 3-4, luglio-dicembre 2009

Supplemento solo elettronico alla versione analogica
Manifestazioni dopo
Open Access Café, Trieste, 19 ottobre 2009
Stefania Arabito
Università di Trieste - arabito@units.it

Traduttrice approdata per caso vent'anni fa alla Biblioteca Generale dell'Università di Trieste, Stefania Arabito ha seguito la trafila standard (catalogazione, ricerche bibliografiche, user education, information literacy). "Folgorata" dall'accesso aperto, ha conseguito un MSc in Information Studies ed è entrata a far parte del gruppo Open Access CRUI e DSpace Italia. È attualmente responsabile dell'Archivio istituzionale di Ateneo dell'Università di Trieste (OpenstarTs).

Un incontro informale in un caffè storico sulle rive, il Tommaseo: così si è celebrata l’Open Access Week a Trieste. Un contesto non istituzionale per parlare di repository (green road) e di riviste ad accesso aperto (gold road), in compagnia di Enrico Balli (CEO di Sissa Medialab, che si occupa di coniugare l’editoria scientifica specialistica con le nuove tecnologie, e che ha all’attivo una rivista del calibro di JHEP) e di Stefania Arabito (responsabile dell’archivio istituzionale dell’Università di Trieste, OpenstarTs). Questo “open access café” era aperto – ça va sans dire – a tutti, ma specialmente dedicato ai dottorandi. Una categoria spesso sottovalutata che però contribuisce attivamente a popolare gli archivi laddove per esempio c’è una politica mandataria sulle tesi di dottorato.


“Tutto quello che avreste voluto sapere sull'accesso aperto e non avete mai osato chiedere”: più che altro un auspicio, se si prende atto di quanto si sia poco consapevoli delle alternative possibili alle attuali distorsioni del mercato delle pubblicazioni accademiche. Presentare i nuovi modelli della comunicazione scientifica davanti a tramezzini e bollicine può creare l’atmosfera giusta per fare emergere le perplessità e i dubbi dei dottorandi, che provengono da settori diversi: le neuroscienze, la fisica, le scienze umane, il diritto comunitario.


Enrico Balli introduce il sistema delle pubblicazioni scientifiche, caratterizzato da meccanismi e consuetudini che risalgono a 500 anni fa e governato da logiche bizzarre ed anomale rispetto al “normale” mercato editoriale, contrarie agli interessi degli autori e della collettività.


Eppure sia chi fa ricerca sia chi fruisce dei risultati della ricerca spesso non conosce i criteri in base a cui un articolo viene pubblicato mentre un altro viene rifiutato né è al corrente dei costi stratosferici che le istituzioni sostengono per abbonarsi alle riviste scientifiche né tanto meno è consapevole delle implicazioni della cessione esclusiva dei diritti agli editori.


ln Italia il 65% della ricerca viene finanziata con denaro pubblico, quindi grazie alle tasse pagate dai cittadini. In realtà il contribuente paga due volte; infatti le biblioteche – per garantire l’accesso ai prodotti della ricerca, pubblicati nelle riviste scientifiche – spendono di nuovo denaro pubblico. E questo in un momento di contrazione delle risorse. Chi guadagna da questa situazione? Solo gli editori, che possono permettersi di anno in anno di aumentare vertiginosamente i prezzi nonostante le nuove tecnologie di fatto abbiano già ridotto drasticamente i costi di gestione: quello che si paga – alla fine – è la peer review.


Emblematica la domanda di un dottorando: «Quali diritti rimangono all’autore se, al momento della pubblicazione, non fa e non chiede nulla?». Non si può non fare nulla, invece, è chiaro che bisogna almeno trasferire il diritto di riproduzione. Il problema è che gli autori non leggono le clausole e cedono diritti inopinatamente salvo poi invocare le attenuanti generiche (tipicamente, l’inconsapevolezza di essersi impegnati a non riutilizzare i propri materiali). A fronte di ciò gli editori chiudono un occhio, ma solo perché gli autori sono i loro clienti e non è opportuno inimicarseli intentando cause a tutto spiano. Per questo ciò che succede nei fatti non rispecchia sempre la realtà legale. Del resto i grandi editori non si stanno convertendo al modello open access perché sono buoni e giusti, ma perché costretti ad arrendersi all'inevitabile: non è possibile arrestare un fenomeno dilagante come quello degli archivi elettronici.


Ci sono anche realtà editoriali diverse, come le University press: Mauro Rossi, direttore delle Edizioni Università di Trieste, spiega come l’EUT utilizzi OpenstarTs, l'archivio istituzionale, per pubblicare in formato elettronico sia le proprie riviste di area umanistica che nascono per lo più in formato cartaceo, sia alcune monografie. Si tratta di un modello anfibio in cui, a fronte di tirature molto piccole (100 copie bastano per le principali biblioteche), la copia elettronica serve ad aumentare la disseminazione. Spesso si servono comunità di lettori molto piccole in territori molto ampi e la movimentazione e la logistica dei volumi tradizionali hanno costi proibitivi. A volte le resistenze degli autori derivano da superstizioni; sopravvalutano le royalty, temono il plagio, sono convinti che una pubblicazione elettronica sia di per sé “dequalificata” in quanto non cartacea.


Data la presenza dei dottorandi, si sottolinea che pubblicare le tesi di dottorato in accesso aperto è un'opportunità per aumentarne la visibilità e l’impatto. In Italia, prima che se ne occupasse il gruppo Open Access della Conferenza dei Rettori, questi materiali avevano una diffusione minima; sepolti nei meandri delle Biblioteche Nazionali, consultabili con difficoltà e comunque solo in loco, e sempre con notevole ritardo anche perché la stessa informazione bibliografica richiede tempi biblici. Adesso alcune Università – tra cui Trieste – richiedono ai propri dottorandi di depositare le tesi di dottorato negli archivi aperti prima dell'esame finale. Un obbligo che favorisce non solo la disseminazione ma anche la trasparenza, in quanto si rende possibile un controllo di qualità continuo, cioè la validazione dei contenuti da parte della comunità scientifica.


Infatti sarebbe ora di sfatare il mito secondo cui ciò che è pubblicato in modalità ad accesso aperto sarebbe di qualità inferiore. Ci sono riviste che adottano logiche diverse per la circolazione e la distribuzione degli articoli e che sono più prestigiose di quelle tradizionali, come quelle della Public Library of Science. Se un giorno tutti i paper saranno disponibili in rete, si affermeranno metriche diverse e più articolate dell'impact factor, che viene calcolato all’interno di un sistema chiuso e commerciale e per sua stessa natura poco trasparente. Esiste una rivista di fisica dell'Elsevier con un IF stratosferico, basato esclusivamente sulle autocitazioni; d’altronde a volte per pubblicare si è costretti a citare articoli contenuti nella stessa rivista.


Un dottorando in neuroscienze sottolinea che non sempre un IF elevato garantisce la qualità del prodotto: ci sono articoli pubblicati su Nature il cui valore intrinseco è discutibile. Importante sarebbe invece che il sistema incentivasse il miglioramento della qualità della ricerca. Il meccanismo secondo cui se non si pubblica non si esiste come ricercatori è indice di un uso distorto del sistema. Spesso i paper non sono letti dalle commissioni di concorso, e neanche dagli stessi referee: eppure stipendi, finanziamenti, progressioni di carriera dipendono dalle pubblicazioni nelle riviste tradizionali e il ranking viene effettuato in base all'IF.


Il sistema dell'editoria scientifica è “furbo” solo in apparenza; in realtà è facilmente falsificabile, perché si basa su regole “stupide”. In controtendenza la fisica delle particelle, in cui tutto è depositato ed esposto al pubblico ludibrio già in fase di preprint; i colleghi leggono subito e danno un feedback in tempo reale prima ancora del referaggio.


Alcune dottorande di area giuridica ed umanistica evidenziano come in questi settori – almeno in Italia – si sia ancora legati alle logiche tradizionali e perdurino pregiudizi, tipicamente la paura che la pubblicazione in rete aumenti i rischi di plagio.


Ormai in chiusura, i dottorandi superstiti chiedono un viatico per la loro carriera di ricercatori in formazione. Enrico ricorda che chi ha il privilegio e la fortuna di fare ricerca deve averne la responsabilità. Pertanto consiglia di informarsi prima di pubblicare: prima di regalare una cosa propria pagata dalla comunità; bisogna essere consapevoli di che cosa si sta firmando quando si sottoscrive il copyright transfer agreement. In sintesi: “Non è un sistema intelligente: quindi, prima di pubblicare, pensateci!”


Grazie alla collaborazione di Jordan Piščanc, il tecnico responsabile di OpenstarTs, i video dell'incontro sono tutti disponibili nell'archivio istituzionale dell'Università di Trieste .


© AIDA - Mail to Webmaster - Creato 2009-11-16 - Ultima modifica 2009-11-19