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AIDAinformazioni |
trimestrale
- ISSN 1121-0095, ISSN elettronico
1594-2201
anno 28, numero 1-2, gennaio-giugno 2010 |
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Valeria Baudo Politecnico di Milano - valeria.baudo@gmail.com |
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Si è laureata in Conservazione dei Beni culturali, indirizzo archivistico librario, all’Università degli Studi di Parma. E’ bibliotecaria dal 2004 e attualmente lavora presso la Biblioteca del Dipartimento di Bioingegneria del Politecnico di Milano. I suoi interessi di ricerca riguardano l’integrazione delle nuove tecnologie nei servizi bibliotecari, con particolare riferimento alle biblioteche per ragazzi e alle biblioteche scolastiche. Su questo tema ha pubblicato articoli e contributi sulle principali riviste professionali ed è autrice del volume Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi, Milano, Bibliografica, 2008. |
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Abstract
Gli utenti delle biblioteche per ragazzi sono quelli che Prensky definisce digitali nativi. Le biblioteche, per rimanere rilevanti nella vita dei giovani di oggi, devono rimodulare i servizi, imparare a parlare il linguaggio dei nativi ed essere dove gli utenti sono.
Parole chiave: web 2.0 - biblioteche per ragazzi - adolescenti - Internet - promozione della lettura - nativi digitali.
According to Prensky, actually children's libraries users are digital natives. The library, in order to stay relevant in their daily life, must learn to speak user's language and must be where users are.
Keywords: web 2.0 - children's library - young adults - Internet - reading promotion - digital natives.
Le biblioteche pubbliche profondono grandi sforzi in attività di promozione della lettura, organizzando a tutti i livelli laboratori, animazioni, incontri con l'autore. In questo modo di agire c'è però una falla se è vero che i bambini faticosamente conquistati all'amore per il libro e per la biblioteca, una volta diventati più grandi tendono ad evitarla e gli adolescenti, in particolare quelli di sesso maschile, sono i grandi assenti nelle biblioteche pubbliche. Ci siamo quindi chiesti perché i ragazzi giunti a una certa età non sentano più la biblioteca come rilevante nel soddisfacimento dei propri bisogni informativi e preferiscano rivolgersi a mezzi magari meno raffinati e puntuali, ma più immediati, Google in primis.
La monomedialità del libro in biblioteca così radicata nell'immaginario collettivo, non può conquistare i nativi digitali ovvero quelli che, secondo lo studioso Marc Prensky che per primo ha proposto l'uso del termine, sono nati in un'epoca in cui le tecnologie di comunicazione erano parte integrante delle loro vite.
Per rimanere rilevanti nella vita dei ragazzi di oggi le biblioteche devono essere dove gli utenti sono e parlare il linguaggio che essi usano. Il che vuol dire, inevitabilmente, usare gli strumenti di comunicazione e promozione loro più congeniali, ovvero le applicazioni del Web 2.0. La tecnologia, però, non è fine a sè stessa, ma va implementata in maniera consapevole ed il bibliotecario, ancora una volta, deve rimettersi in gioco acquisendo le nuove competenze e le nuove abilità richieste a questo bibliotecario che si configura come comunicatore e trendsetter dell'epoca digitale.
Il ruolo che va giocato è sicuramente e principalmente quello della formazione degli utenti: i nativi digitali hanno una grande facilità tecnica con il mezzo che spesso agli immigranti (per proseguire nel binomio suggerito da Prensky) è preclusa, ma non dimostrano un'abilità altrettanto forte nell'uso critico e creativo della tecnologia di cui non riescono a sfruttare appieno il potenziale. Colmare questa lacuna è compito dei formatori, degli insegnanti, dei genitori, dei caregivers e, ovviamente, dei bibliotecari.
Da queste riflessioni nasce questo volume, che è un libro sui servizi bibliotecari per ragazzi, che non parla di promozione della lettura, per lo meno nel senso tradizionale del termine. I nativi digitali leggono (e scrivono molto), ma lo fanno in modi e luoghi che noi non pensiamo.
Da dove iniziare quindi a ripensare i servizi? Sicuramente dalla conoscenza delle caratteristiche del pubblico di riferimento. Questi net-geners mulititasking, sempre connessi, grandi amanti dei videogiochi in tutte le loro forme hanno ancora dei bisogni informativi? È innegabile che siano dei grandi cercatori, sia per soddisfare esigenze personali, sia per assolvere doveri scolastici (generando quelle che in letteratura vengono definite come imposed query), ma il loro punto di partenza certo non è la visita in biblioteca e nemmeno il catalogo, bensì un motore di ricerca, quasi sempre Google. Pesano sicuramente in questa scelta OPAC poco amichevoli per l'utenza in genere e particolarmente ostici per i ragazzi. Ai tradizionali punti di accesso per autore, titolo, collana, va sempre affiancata un'espressione di semanticità forte, magari permettendo anche all'utente di taggare i contenuti del catalogo ed è necessario che si inizi a tradurre il biblioteconomichese in linguaggio corrente. Se una veste grafica piacevole è importante, molto spesso nei pochi cataloghi per ragazzi oggi presenti e nei siti web di biblioteca ad essi dedicati, è studiata male perché si traduce solo in accorgimenti grafici senza un radicale ripensamento della struttura che permetta un'usabilità a prova di ragazzo. Una chiave di volta per costruire cataloghi, pagine web e servizi più rispondenti alle esigenze dell'utenza è costruirli con i ragazzi e non solo pensando a loro, con la presunzione di sapere cosa vogliono perché tanto tutti siamo stati ragazzi e poi siamo genitori, zii, cugini e abbiamo a che fare con loro tutti i giorni. Esperienza particolarmente interessante sul versante del coinvolgimento degli utenti è quella dell'International children's digital library che ha usato la metodologia del cooperative inquiry ovvero la creazione di un team di progetto multigenerazionale per costruire un'esemplare biblioteca digitale per bambini di tutto il mondo.
Coinvolgere i ragazzi ma più in generale gli utenti nella progettazione dei servizi permette al bibliotecario di raggiungere anche fasce di pubblico prima non raggiunte: i famosi non utenti. L'aiuto nei compiti a casa, sulla falsariga delle fortunate esperienze americane degli homework club (magari facendo reference via chat), l'organizzazione di eventi di gaming sono attività che ci permettono di raggiungere e fidelizzare almeno una parte di non lettori.
Sicuramente gran parte della vita dei ragazzi di oggi si svolge on line, pertanto non è più pensabile che la biblioteca, se vuole rimanere un istituto rilevante nella vita dei giovani, non prenda parte attiva a questo mondo. Non si tratta solo di aprire blog, curare delle pagine su Facebook, chattare, organizzare tornei di videogiochi, ma di inserirsi in quel flusso costante di informazioni che vengono generate e permettere agli utenti di remixarle e riusarle nei loro contesti. La biblioteca va fuori di sè ma senza snaturare il proprio compito fondamentale che è quello di essere un luogo (diffuso diremmo oggi?) di informazione e comunicazione di qualità. Le tecnologie di per sè non sono né buone né cattive, ma è l'uso a fare la differenza: spetta al bibliotecario reinterpretare il suo ruolo attraverso questi strumenti che hanno un grande potenziale.
Le biblioteche fisiche non sono però destinate a sparire, in quanto entrare nei nostri edifici significa varcare la soglia di uno di quei pochi luoghi (un terzo luogo secondo Oldenburg) dove si può stare senza nessun tipo di pressione commerciale all'acquisto. Offrire a una generazione che è target privilegiato della pubblicità e del commercio un terzo luogo, dare, a loro che vivono in un'accelerazione e una velocità costanti, la possibilità di coltivare il piacere dello slow reading, farà sempre parte della biblioteca come istituto della democrazia.