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AIDAinformazioni |
ISSN 1121-0095, trimestrale
anno 21, numero 1, gennaio-marzo 2003 |
Altro, ma non secondario interesse, le è sempre stato la musica, per un'infanzia passata nei teatri dell'Opera a motivo dell'attività di agente teatrale del padre, per un avo kapellmeister, per un quinto anno di pianoforte, per un marito astronomo-violinista e per una appassionata devozione artistica al grande Giulini. Anche qui, i "vizi" di Maria Teresa proseguono: è sua la banca dati più completa di tutte le esecuzioni del Maestro, fino al suo ritiro dal podio.
Il suo incontro con la terminologia, la documentazione e la biblioteconomia speciale è stato, come sempre, apparentemente casuale. Era il 1943 quando, iscritta a Magistero per laurearsi in lingue e letterature straniere, fu poi, anche in quanto melomane per virtù genetica, incaricata da Benvenuto Cellini (sì: discendente) di una tesi sulla masque o maske inglese, origine del melodramma alla pari del ballet de cour francese e dell'intermedio italiano. Ora, il Cellini, ricorda Maria Teresa, aveva "il pallino" della bibliografia e della documentazione e obbligava gli studenti a indicizzare e a descrivere a regola d'arte tutte le loro letture, compresi i manoscritti che Maria Teresa andava ricercando, per dovere di tesi, in Inghilterra. Da lì a catalogare la biblioteca dell'Istituto, il passo fu breve. Sfumata una specializzazione a Ca' Foscari - e quindi chiusa per lei la carriera universitaria - dovette cercare lavoro altrove, che trovò dapprima all'ufficio stampa dell'Universal («qui, quanto ho imparato! scrivere per le foto didascalie complete e concise, ordinare l'archivio dei film, e inoltre scegliere i manifesti che dipingevano i vari Tamburi e Cascella…») e infine alla FAO, che era appena stata trasferita a Roma, prima come segretaria telefonica e subito dopo in biblioteca fino alla pensione, raggiunta nel 1981.
«Alla FAO gli ultimi dieci anni sono stati i migliori, quando abbiamo creato AGRIS e abbiamo dovuto costruirci anche tutte le risorse strumentali di contorno che mancavano, dalle norme terminologiche a quelle per la traslitterazione». Erano infatti costretti ad imporre i loro standard di fatto, perché l'ISO fin da allora era troppo lenta: una volta chiuse in una stanza un arabo e un israeliano - la cui fonetica è pressoché identica - per produrre quella che poi è diventata una delle norme per l'ebraico.
Avevano naturalmente dovuto provvedere alla formazione documentaria degli indicizzatori, per i quali ha scritto i manuali del caso e uno, che è rimasto famoso, di, appunto, indicizzazione. Li chiamavano la "Bibbia Martinelli" e sono stati tradotti in una ventina di lingue, persino in russo e in cinese. «Ce ne dovrebbero essere ancora, nella biblioteca dell'AIB. È stato un periodo di lavoro intenso ma di grande fermento, e ci piaceva. Al catalogo eravamo solo in dodici ma coprivamo trentasei lingue. Non mi sono mai occupata di retrieval, ma solo dell'input che, se è di buona qualità, facilita il retrieval. Così, ho formato centinaia di persone in tutto il mondo, prima i capi-progetto e poi gli indicizzatori, incaricati del lavoro pesante. Mi è capitato di "fare" fino a quattro Paesi in dieci giorni in Africa e in Asia...».
Alla fine, però, tutta l'organizzazione, che faceva perno sull'Agenzia per l'energia atomica a Vienna, metteva giù 150.000 voci l'anno, incorporando via via tutte le basi di dati che incontravano: le 10.000 insospettate, e di gran valore, tesi in agricoltura scoperte nelle Filippine, per esempio, o le 500 voci al mese che fornivano da soli i giapponesi (anche i giapponesi del Brasile andavano come carri armati) «e con arricchimento del titolo per fare la ricerca in testo libero già da allora… I migliori erano gli asiatici perché erano tutti agronomi con formazione documentalistica e sapevano bene l'inglese, mentre abbiamo avuto problemi con l’Africa francofona… Ultimi e penultimi sono arrivati gli americani e gli europei, che avevano qualcosa da perdere: la lotta è stata dura, specialmente con i servizi d'informazione e analisi commerciale perché noi, invece, davamo tutto gratis… e all'epoca AGRIS non aveva neppure un bilancio! Adesso alla FAO, a parte il personale, non c'è più niente: dicono che basti Internet…».
Anche all’interno è stata dura: la sezione russa della biblioteca voleva fare di testa sua e Maria Teresa ha dovuto imparare lei stessa il russo per ricondurli nei ranghi: «non che imparassi veramente il russo: solo quanto bastava per consultare il vocabolario e controllare gli abstract... Ma eravamo idealisti, c'erano dei premi Nobel che lavoravano insieme con noi e sapevamo che stavamo tutti facendo un lavoro utile».
Tra le benemerenze, però, forse più importante è quella della Nutella. Erano gli anni Sessanta e la Ferrero fu citata in giudizio dalla Côte d'Or per la composizione della pasta di cacao e nocciola. Il caso volle che nel corso di uno dei seminari sulla documentazione e sulla raccolta e l'utilizzazione dell'informazione che teneva al Politecnico di Torino, Maria Teresa conoscesse il responsabile del centro di documentazione della Ferrero «centro segretissimo e inaccessibile come quelli della Fiat, della Pirelli, ma non sapevano che pesci pigliare. Noi avevamo in biblioteca il Codex alimentarius e potemmo stabilire l'esatta proporzione consentita fra la farina di nocciola e la farina del guscio di nocciola, che è sempre nocciola ma con un ispessimento diverso. La Ferrero vinse la causa e lanciò il prodotto. Un nostro bibliografo ebbe in premio ben 10.000 lire e, quanto a me, per anni ho ricevuto non Nutella, che mi piace così-così, ma cioccolata e cioccolatini di tutti i generi».
Il sentiero dei ricordi prosegue con un fuoco di fila di acronimi che non so ben interpretare, e che segnano l'avvicendarsi delle collaborazioni internazionali. Si arriva così, sorseggiando il caffè, all'attività per l'AIB: «erano un po' frustrati per i miei ritmi di lavoro. Per cinque anni con Maria Valenti - erano gli anni Cinquanta - abbiamo pubblicato un indice analitico della letteratura straniera e anche un notiziario che si chiamava Biblioteche speciali e servizi d'informazione, come produzione artigianale, fatta in casa e poi passata al ciclostile: immagina i mobili coperti di fogli da assemblare… ma l'UNESCO lo incluse tra i diciotto migliori servizi di tutti i Paesi - ne nacque poi il LISA; bene, vollero poi vedere i nostri uffici, dove tenevamo la base di dati, e noi a scoperchiare scatole da scarpe piene di schede, aprire cassetti pieni di fogli e ritagli…».
A parte la decima arte (la cucina, come la chiama) e la terminologia, che ancora l'appassiona (e c'è chi vorrebbe commissionarle un vocabolario multilingue che, dice, non ha intenzione di dirigere), sostiene di provare il più grande piacere nel sentirsi superata: «che bello, quando vi sento parlare e posso dire: questo non lo so e nemmeno lo voglio sapere!». Ma che ci fa quell'iMac sempre acceso e collegato nello studio?
L'ho conosciuta all'inizio degli anni Ottanta, ancora fresco dei primi
incarichi, quando dirigeva la sezione AIB delle biblioteche speciali e
c'era un giovane Gianni Lazzari a far da segretario…