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AIDAinformazioni
trimestrale - ISSN 1121-0095, ISSN elettronico 1594-2201
anno 22, numero 4, ottobre-dicembre 2004

In-Formazione. Competenze & professioni emergenti 
Comunicazione, lingua e disegni preistorici

Maria Pia Carosella
AIDA, Roma
Partiamo dal presupposto che per intendersi l'umanità nel tempo ha tentato di servirsi di linguaggi comprensibili utilizzando i più vari mezzi di comunicazione del pensiero e delle conoscenze con un'attenzione privilegiata verso la scrittura. Siamo consapevoli di quanto sia complesso e ramificato il percorso di questa trasmissione, e per contro di come si tenda al ritrovamento di una certa uniformità. Ipotizziamola allora come realizzata in seno ad una (utopica) società "globale" dotata di ogni possibilità di reciproca comunicazione univoca.

Se consideriamo quanto appreso di recente da un quotidiano, paradossalmente saremmo portati ad immaginare che - con le differenze del caso - l'umanità non abbia fatto altro che ritornare al punto di partenza e chiudere il cerchio, raggiungendo cioè di nuovo le intenzioni e le azioni degli uomini delle caverne: «una specie di lingua universale che non solo era parlata, ma soprattutto scritta» (Emanuele Perugini, "Il Messaggero", 11 settembre 2004, p. 15).

L'articolo del quotidiano, rendendo brevemente conto del 21o Simposio internazionale della Valcamonica sull'arte preistorica e tribale svoltosi nel settembre, si sofferma infatti sulla tesi esposta da Emmanuel Anati, direttore del Centro Camuno di studi preistorici di Capo di Ponte (Brescia), secondo cui «nelle prime e lunghe fasi della sua esistenza l'umanità si è espressa universalmente attraverso segni riconosciuti ovunque e riprodotti e interpretati nello stesso modo»; cioè tra 50mila e 15mila anni fa «l'uomo ha usato le stesse immagini per esprimere gli stessi concetti... disegni che possono considerarsi dei veri e propri ideogrammi che l'uomo ha usato ovunque per esprimere le sue idee», dieci dei quali sono riprodotti nel quotidiano.

Affermazioni che ci riempiono di stupore, ma che sono basate su ricerche e confronti "documentati" grazie ad un ponderoso ed utile «Archivio mondiale di arte rupestre che raccoglie oltre 50 milioni di immagini provenienti da ogni angolo del pianeta». È pur vero che finora «sono stati identificati 28 simboli 'internazionali'» soltanto, ma anche che lo studio non è terminato.

Antiche raffigurazioni su rupi, queste, che comunque intendono trasmettere informazioni. Ci siamo però imbattuti in altri graffiti, non necessariamente preistorici, in un'opera appena pubblicata del noto filosofo e storico delle scienze Michel Serres: Rameaux (Paris : Ed. Le Pommier, 2004, 237 p.), che «propone una vivificante rilettura della storia del pensiero in cui confluiscono scienze, culture, arti e religioni».

Dopo le sintesi di pensiero raggiunte - ognuna seguendo un proprio "formato" - dai Greci, dai Romani, nel periodo rinascimentale ed infine all'epoca della Rivoluzione francese, secondo M. Serres «assistiamo oggi ad un nuovo e simile tentativo, universale» (p. 28).

Il capitolo "Formato, informazione, supporto" affronta l'argomento e colpisce noi, professionisti di I&D, perché elementi della nostra pratica lavorativa quotidiana vi assurgono a fattori di dimostrazione "universale". In questa sede ne mettiamo in evidenza soltanto un brano, mentre invitiamo chi voglia approfondire l'argomento a rifarsi direttamente alla pubblicazione:

«... l'informatica generalizza ancora una volta gli antichi tentativi, poiché il formato che propone definisce le regole da osservare per la dimensione e la disposizione delle informazioni su un supporto. Utilizzate indipendentemente dal loro contenuto, queste due ultime nozioni, di sicuro, ci permettono di rivisitare la storia riunendo campi distinti oppure generalizzati senza giustificazione. Che si tratti di graffiti sui muri, di teoremi su pergamene, di note su uno spartito... di atomi in una molecola, troviamo sempre informazioni deposte su un supporto, la cui funzione non varia a seconda delle variazioni della trama».
Ritornando ai graffiti preistorici ci ha colpito in particolare che, in tempi così lontani ben prima della famosa Torre di Babele, i nostri predecessori, pur con la più varia localizzazione, hanno avuto le stesse "idee" e lo stesso linguaggio di comunicazione; a nostra volta noi "documentiamo" i fatti ed abbiamo organizzato un ricco Archivio.

Tutto ciò ci ha ricondotto alla nostra mente alcune parti di un libro che anni fa ci ha convinti e di cui mettiamo subito in evidenza - anche se la visione è leggermente spostata - una citazione ivi riportata, cioè una frase di Charles Nodier (1783-1844), scrittore ed erudito, cofondatore del "Bulletin du bibliophile" (1834). Egli così si esprime: «Il linguaggio dei bambini, come quello dei primitivi e delle donne, è pieno di immagini (très imagé), figurato».

La pubblicazione che contiene la frase, opera della linguista Marina Yaguello dell'Università di Parigi VII, è il Catalogue des idées reçues sur la langue, apparso nel 1988 (ma ristampato nel 2004) a cura delle Editions du Seuil, 168 p. Non siamo sicuri se quella appena espressa da C. Nodier rientri tra i tanti luoghi comuni e idee acquisite, anche se si trova in testa ad un capitolo che sfata le opinioni relative alle lingue così dette "semplici" o "complesse".

Va sottolineato che le "idées reçues" (che non sono necessariamente preconcetti) cui si riferisce l'Autrice non hanno una valenza negativa in sé e per sé. Sono quelle che "girano" e che noi, non-linguisti, accettiamo e che potremmo eventualmente ritrasmettere agendo così, in questo caso particolare, da intermediari nella comunicazione di tali informazioni. In fondo "ogni soggetto parlante ha il diritto di coltivare i propri fantasmi" (p. 13).

Questa "linguistica spontanea", non basata su criteri scientifici "va combattuta soltanto nella misura in cui i pregiudizi, le semplificazioni, le idee false che essa veicola possono presentare un pericolo di natura ideologica, nuocere alla reciproca comprensione..." (p. 14).

A quanto afferma M. Yaguello, di fronte alla lingua il soggetto parlante e non specialista è solito adottare due tipi di atteggiamento:

«Le idee "ricevute" presenti nel Catalogo rivelano queste diverse modalità del rapporto tra persona che parla e lingua». Tra le tante, ricordiamo ancora: l'esistenza di lingue grandi e piccole (p. 27), la musicalità di questa o quella lingua (p. 12), il fatto che la lingua materna non si dimentica mai (p. 12).

M. Yaguello comunque dichiara (p. 145) che nell'insieme «la sua passeggiata nel campo delle idee ricevute e preconcette sulla lingua... è una messa a punto, rapida e semplificata, sulle questioni che oggi occupano i linguisti», che - viene chiarito - non si occupano di «come dovrebbe essere la lingua, ma della lingua così com'è, nella diversità delle sue forme e nell'uso corrente presso questo o quel gruppo di persone che la parlano» (p. 16), poiché «nella lingua s'iscrive il passaggio del tempo» (p. 91).

A noi, non esperti, l'opera è piaciuta anche perché ha toccato concetti o denominazioni che ci sono vicini, quali quelli concernenti «le lingue artificiali, inventate da alcuni utopisti, o i linguaggi dell'informatica, che sono dei prodotti culturali» (p. 20), oppure l'informateur natif (p. 155), cioè «l'informatore autoctono chiamato a collaborare con un linguista che lavora sulla lingua». Inoltre nelle ultime pagine la sezione "Pour en savoir plus" presenta una bibliografia scelta di opere raggruppate per argomenti e di cui - con nostro compiacimento - è indicata la difficoltà crescente per un non-linguista (p. 145-149). Citiamo qualcuno di questi gruppi:

A questa rubrica segue un "Glossario" di «termini tecnici» impiegati nel testo.

I nostri remoti avi con i loro "messaggi" graffiti sono così riusciti a farci riflettere - sia pure per un momento - su attualissime questioni generali, legate da un lato alla storia del pensiero e dall'altro a particolari aspetti della linguistica.


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