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AIDAinformazioni
trimestrale - ISSN 1121-0095, ISSN elettronico 1594-2201
anno 22, numero 3, luglio-settembre 2004

Manifestazioni dopo
La comunicazione scientifica aperta della Sapienza. Workshop sugli open archives. Roma, 10 giugno 2004
Fabrizio Ciolli
Roma,  <f.ciolli@tin.it>

L'Università di Roma "La Sapienza" è entrata nel ristretto numero di istituzioni accademiche che si stanno spingendo all'avanguardia sul terreno della introduzione degli open archive in Italia. Lo ha fatto ufficialmente con la Giornata di presentazione del progetto PADIS, Pubblicazioni Aperte Digitali Interateneo della Sapienza, tenutasi a Roma il 10 giugno 2004.

Il nuovo servizio PADIS, promosso dalla BIDS, la Biblioteca Interateneo Digitale della Sapienza, e attualmente in fase di sperimentazione, sarà presto a disposizione della comunità accademica per l'autoarchiviazione di articoli scientifici, materiali didattici, dispense, manuali e tesi di dottorato. Il Workshop è stato organizzato appositamente come momento di presentazione alla comunità scientifica, nonché come occasione per fare il punto sugli open archive, sulle opportunità da essi aperte, sulle loro prospettive e sfide future [1].

Molto utili quindi, dopo l'introduzione del prof. Fantoni, responsabile della BIDS, sono state la relazione sugli aspetti tecnici del PADIS e del software CDSware tenuta dall'informatico Emanuele Panizzi, e la panoramica sullo "stato dell'arte" della Open Archive Initiative nel mondo tenuta da Ezio Tarantino della BIDS.

Tarantino ha innanzitutto introdotto i presenti alla "filosofia" dell'open access a favore della libera disseminazione condivisa del sapere scientifico che è alla base di tutto il fermento mondiale attorno al fenomeno degli open archive e degli open access journal, e ha ricordato gli sviluppi di OAI dai tempi della Santa Fe Convention. Successivamente, ha passato in rassegna le più importanti esperienze a livello mondiale prima dell'introduzione dell'OAI-PMH, Protocol for Metadata Harvesting, per poi esaminare ed illustrare le caratteristiche dei maggiori archivi accademici (CDS del CERN, D-Space del MIT, CODA del California Institute of Technology, Alma DL dell'Università di Bologna), e infine segnalare i più interessanti archivi disciplinari esistenti (ArXiv.org, CogPrints, NCSTRL, RePEc, E-LIS).
Particolare attenzione ha rivolto anche a illustrare il ruolo e la diversa funzione di data providers e service providers (OAIster, My.OAI, ARC), e infine a tratteggiare le prospettive aperte per il movimento dell'open access dalle iniziative nel campo dei periodici elettronici, in particolare dalla DOAJ, Directory of Open Access Journals dell'Università di Lund.

Le successive relazioni di Frederick Friend dell'OSI [Open Society Institute], e di Paola Gargiulo del CASPUR [Consorzio interuniversitario per le Applicazioni di Supercalcolo per Università e Ricerca], intervallate dagli interventi di chiarimento e dibattito di Antonio Fantoni e Giovanna Terranova della BIDS, sono riuscite con estrema efficacia ad entrare nel merito dei problemi, ovvero dei vantaggi dell'open access, delle possibili controindicazioni, delle soluzioni raggiunte.

Fred Friend ha infatti esaltato l'importanza dell'open access nel fronteggiare il problema dell'aumento dei costi degli abbonamenti alle riviste scientifiche, e di conseguenza il suo ruolo determinante per un più ampio accesso alla consultazione e all'autoformazione, e per un più democratico controllo dei processi di pubblicazione. Con l'attenzione tipica del mondo anglo-sassone ai problemi del business, ha inoltre sottolineato i vantaggi dell'open access in termini di accesso alla ricerca scientifica da parte della piccola e media impresa, e in definitiva il ruolo del libero accesso all'informazione come volano per l'economia locale e mondiale.
Significativi i riferimenti alle inchieste e alle iniziative del Wellcome Trust ma anche del JISC, Joint Information Systems Committee, e soprattutto all'inchiesta del Parlamento britannico sulle pubblicazioni scientifiche, il cui Report finale era allora ancora in attesa di pubblicazione ma già forniva impulso e catalizzava attenzione intorno all'open access [2].

Paola Gargiulo ha invece affrontato le possibili obiezioni in merito alla misurazione dell'impact factor e al problema del peer reviewing, dimostrando come lo strumento elettronico consenta di implementare nuovi metodi di misurazione anche più raffinati ed efficaci di quelli tradizionali, richiamando l'esperienza del progetto OpCit [Open Citation Project] da cui è nato Citebase, nonché l'importanza della nascita al CERN di Ginevra di OACI, Open Archive Citation Index Working Group, che sta lavorando al perfezionamento e all'estensione della valutazione dell'IF, e di cui fa parte l'italiana Valentina Comba.

Quanto al peer reviewing come sinonimo di controllo di qualità, esso è in realtà indipendente dalla tipologia di supporto dell'archivio e dalla gratuità dell'accesso, e anzi i nuovi strumenti tecnici legati all'utilizzo del web consentono di snellire notevolmente le procedure gestionali e di estendere e soprattutto di rendere assai più trasparente il filtro scientifico.

Più delicato appare il problema della salvaguardia della priorità e proprietà intellettuale. A questo problema tenta di ovviare l'iniziativa Creative Commons, che attribuisce alle pubblicazioni simboli appropriati, note legali e codici digitali leggibili sia dall'uomo che dalle macchine. A fronte di un rischio di plagio non superiore a quello insito comunque anche nel mezzo tradizionale, il mezzo open access offre però una possibilità di circolazione del documento tra gli addetti ai lavori molto superiore a quella del modello chiuso. È stato calcolato che l'open access offre un utilizzo della pubblicazione pari a 35 volte nella fisica rispetto al modello chiuso e addirittura a 89 volte nella biomedicina, dando inoltre visibilità, prestigio e valore scientifico alla propria istituzione di appartenenza. Proprio la maggiore e più immediata diffusione della pubblicazione nell'ambito della comunità scientifica costituisce tra l'altro la garanzia più efficace contro i rischi di plagio, aumentando a dismisura le possibilità che il plagio venga scoperto.

In definitiva, se è vero che le funzioni della pubblicazione di un lavoro scientifico sono sostanzialmente

ovvero che le esigenze del ricercatore che pubblica sono essenzialmente di registrazione della priorità intellettuale, di certificazione della qualità del lavoro, di accessibilità e fruibilità della ricerca, e di conservazione per l'uso futuro, occorre concludere che, a differenza di quanto affermano gli editori commerciali, la qualità della comunicazione scientifica non è affatto minacciata dall'open access, ma anzi grazie ad esso si accresce e si affina.

Se il quadro dipinto sinora vede nell'open access solo vantaggi, se in linea di principio esso riscuote consensi lusinghieri (addirittura il 92% degli autori sostiene tale principio, secondo un'indagine britannica riportata da Friend), se le motivazioni dei ricercatori rispondono tanto ad un principio etico quanto ad un reale interesse personale, perché la diffusione dell'open access incontra ancora diffidenze e titubanze?

La risposta va ricercata essenzialmente nella refrattarietà nei confronti dello strumento informatico da parte dei docenti più anziani, e nell'incertezza sul riconoscimento accademico e sugli effetti ai fini delle prospettive di carriera da parte dei ricercatori più giovani. Non a caso la diffusione dell'open access è massima nelle discipline scientifiche e biomediche, nelle quali la familiarità con la tecnologia è più alta, e nelle quali più pressante è la necessità di una rapida pubblicazione dei risultati della ricerca che aggiri i limiti di lentezza degli editori commerciali e che ponga al riparo da possibilità di plagio da parte di gruppi di ricerca concorrenti. Non a caso i due convinti e a tratti entusiastici interventi di ricercatori della Sapienza che hanno portato la loro esperienza di utilizzatori degli strumenti open access sono venuti da ricercatori dell'area scientifica e medica. Non a caso tra i non moltissimi docenti presenti all'incontro quelli dell'area umanistica e giuridica [3] erano una minoranza.

Non a caso nella interessante relazione di Valentina Comba sulla esperienza della Alma DL dell'Università di Bologna, realtà sicuramente già più ricca di esperienze e di risultati, forte di un finanziamento triennale, di risorse umane dedicate e quant'altro, colpiva la considerazione di come una delle maggiori difficoltà incontrate fosse stata proprio la resistenza nei confronti dell'open access, e uno dei risultati più importanti raggiunti e da continuare a perseguire nel futuro fosse la progressiva sensibilizzazione su queste tematiche, nello sforzo di far comprendere e far conoscere l'open access e le sue risorse.

La contromossa ideata dal Gruppo della BIDS consiste, non potendo rendere obbligatorio il deposito nell'archivio PADIS per i ricercatori più anziani, nel cominciare a fidelizzare i giovani ricercatori attraverso il deposito obbligatorio delle tesi di dottorato, ratificato da una delibera del Senato accademico del 6 maggio scorso. Il giovane ricercatore non potrà che trarre vantaggi dal trovare un interlocutore affidabile, certo e non commerciale come la propria università per le sue prime pubblicazioni, e svilupperà così la familiarità e la fiducia nel modello open access.

Dal punto di vista scientifico, inoltre, la tesi di dottorato costituisce un contributo originale per legge, e già per sua natura reviewed per il fatto stesso di essere stata seguita da un relatore ed esaminata da una commissione di docenti composta da almeno tre membri. Tutto ciò incrementerà automaticamente l'archivio, contribuirà ad allargarne la copertura disciplinare e la visibilità, e diffonderà inoltre un influsso positivo sulla qualità scientifica complessiva dell'intero lavoro di ricerca condotto all'interno dei percorsi curricolari dei dottorati e dei post-dottorati.

Altro settore che si punta ad incrementare velocemente sarà quello relativo al deposito di dispense universitarie, con un meccanismo collegato di print on demand, nonché il deposito di immagini per le facoltà di architettura, ingegneria, ecc.

Una ulteriore prospettiva sulla strada del pieno riconoscimento accademico della pubblicazione in open access sarebbe la costituzione e la diffusione di veri e propri open access journal, che superassero il puro e semplice concetto di repository e quindi il semplice open archive, per acquistare un impatto, una diffusione e una visibilità ben maggiori, come dimostra l'esperienza esaltante del "JHEP" [Journal of High Energy Physics] della SISSA / ISAS [Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati / International School for Advanced Studies] di Trieste, raccontata da Daniele Amati.

La nuova sfida in questo settore, però, sarà costituita dal superamento delle rivalità tra università e gruppi locali per convergere su progetti sinergici e di ampio respiro internazionale. Riuscirà il mondo accademico italiano a superare questo suo limite tradizionale e a pensare in grande, sfruttando appieno le potenzialità che sicuramente non gli fanno difetto?

Note

1 - La BIDS ha predisposto una pagina web appositamente dedicata agli open archive, mettendo a disposizione tutti gli interventi dei relatori del Workshop, nonché una bibliografia selezionata di articoli e documenti ufficiali ed un elenco ragionato di link utili: <bids.citicord.uniroma1.it/openarchive.aspx>, consultata in data 2004-09-07. Tutti i siti citati nel presente articolo sono raggiungibili a partire da tale pagina.
2 - Nel frattempo il Rapporto è stato pubblicato il 7 luglio 2004 ed è consultabile alla pagina web: <www.publications.parliament.uk/pa/cm200304/cmselect/cmsctech/399/39902.htm>, così come puntualmente segnalato dalla già citata pagina della BIDS sugli open archive, entrambe consultate in data 2004-09-07.
3 - Ma per venire incontro alle esigenze di questi ultimi la BIDS si è fatta promotrice da oltre un anno di InfoLEGES, metamotore legislativo, e del collegato progetto di Open Community Giuridica, che risponde allo stesso spirito dell'open access:  <www.infoleges.it>, consultato in data 2004-09-07.


© AIDA - Mail to Webmaster - Creato 2004-11-02