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trimestrale
- ISSN 1121-0095, ISSN elettronico
1594-2201
anno 27, numero 3-4, luglio-dicembre 2009 |
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Elena Giglia Università degli Studi di Torino - elena.giglia@unito.it |
| Coordina l'Ambito 6 "Scienze storiche e filosofiche, pedagogiche e psicologiche" del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell'Università di Torino. Fa parte della "Commissione Nazionale Università e Ricerca" dell'AIB. Ha lavorato presso la Divisione Biblioteche dell'Università di Milano, presso la Biblioteca Centrale di Economia e presso la Biblioteca Centralizzata di Medicina dell’Università di Torino. Si interessa - oltre che dei suoi tre bimbi - di Open Acces, di strategie di ricerca dell’informazione biomedica e di integrazione fra risorse informative e sistemi avanzati di e-learning. | |
Il convegno Berlin 7: Open Access reaching diverse communities (sono online programma, slides degli interventi, foto), tenutosi a Parigi dal 2 al 4 dicembre, è stato così ricco di suggestioni e spunti di riflessione che è difficile tentare una sintesi per temi: le sessioni, infatti, strutturate sullo stile della tavola rotonda più che della comunicazione tradizionale, hanno portato all’attenzione comune tutte le maggiori questioni aperte in area Open Access.
E se fosse tutto Open Access? Ovvero cosa possiamo fare in Open Access che prima non osavamo nemmeno pensare…
La prima tavola rotonda ha messo sul tappeto l'approccio pragmatico che vige negli Stati Uniti, dove Open Access vale "immediatly available" e dove l'ingente somma di denaro pubblico stanziato per la ricerca rende invitabile l'obbligo a condividere i risultati. Stante la differenza ricordata fra Public Access e Open Access, Avice Meehan (Howard Hughes Medical Institute, USA) ha posto l'accento sia sulla necessità delle politiche di obbligo a depositare, che hanno effetti estremamente positivi, sia sugli incentivi da adottare per renderle efficaci – in particolare creando una connessione salda con i criteri di valutazione della ricerca, che devono premiare i contributi posti in Open Access. Lo Howard Hughes ha comunque adottato una politica a 360 gradi, che prevede sia il deposito in PubMedCentral sia il sostegno alla pubblicazione in riviste Open con un fondo centrale. Certo una ricetta unica non esiste, perché a fronte della politica di obbligo a depositare gli atteggiamenti dei ricercatori vanno dagli entusiasti ai riottosi.
L'mportanza degli early adopters per la creazione di un clima positivo è stata ribadita da Heather Joseph (SPARC), che ha anche sottolineato in un intervento lucidissimo la valenza politica dell’Open Access: negli Stati Uniti è ormai parte integrante del dibattito al Congresso, vuoi per le istanze poste dal FRPAA [Federal Research Public Access Act], che ha avuto un iter particolarmente breve, vuoi per il nuovo corso dell'amministrazione Obama il cui focus è lo sfruttamento delle nuove tecnologie per il massimo ritorno sugli investimenti, in un'ottica di apertura e trasparenza. Non a caso è in corso la proposta di estendere la politica di Public Access dei National Institutes of Health anche ad altre 11 agenzie federali, il che avrebbe una ricaduta positiva anche su future prese di posizione di altri enti e delle Università. La Johnson ha poi, con una prospettiva originale, evidenziato come l'Open Access non riguardi solo l'"accesso" in senso stretto, ma le potenzialità inedite offerte da un ambiente Open. Lo scenario "what if?", ovvero, "cosa accadrebbe se" tutta la produzione scientifica fosse ad accesso aperto, porta a chiedersi quali siano le reali implicazioni della disponibilità piena di dati e ricerche: cosa possiamo fare già oggi, grazie all'Open Access, che in ambiente tradizionale non ci era consentito? Le reali opportunità offerte dall'Open Access in ordine a una integrazione e connessione fra banche dati sono enormi, e cominciano a essere esplorate e discusse solo ora. Ma porre l'accento su questo aspetto è fondamentale nel dibattito futuro, per dimostrare le reali opportunità offerte dall'accesso aperto. Non a caso l'intervento di David Lipman (NCBI, National Centre for Biotechnology Information, USA), nella successiva sessione, è stato tutto incentrato sulle accresciute funzionalità di PubMed e PubMedCentral che grazie a tecniche di text mining sui testi aperti possono creare servizi a valore aggiunto quali le connessioni dirette con le banche dati genetiche che rendono più agevoli le ricerche e contribuiscono alla crescita della conoscenza in modo più integrato.
Sempre in quest'ottica, Jan Velterop (Concept Web Alliance, NL) ha proposto innovative e suggestive forme di "apertura" dei risultati della ricerca con l'applicazione di strumenti del Web semantico, fino a creare quelle che ha definito "nanopubblicazioni" – ossia una triade disponibile in Open Access di concetti e relazioni che immediatamente identifichino il contenuto di un articolo, sia esso poi ad accesso aperto o meno.
Non poteva mancare in questo contesto Stuart Shieber (Harvard Office for Scholarly Communication, USA) promotore della politica di obbligo a depositare di Harvard, che per comune riconoscimento è stato il vero catalizzatore della proliferazione di prese di posizione di altri prestigiosi atenei statunitensi. Il suo intervento ha ricordato gli aspetti negativi della comunicazione scientifica da cui ha preso le mosse il movimento Open Access (la spirale dei prezzi delle riviste tradizionali, con accento sul fatto che gli utenti finali non essendo coloro che materialmente pagano le risorse informative spesso non si rendono conto dello sforzo economico sotteso a garantire l'accesso) e ha tracciato un possibile percorso futuro presentando il progetto COPE [Compact for Open access Publishing Equity], volto a coprire le spese di pubblicazione in riviste Gold Open Access: il razionale del progetto, a cui hanno aderito finora alcuni fra i maggiori enti di ricerca statunitensi (fra cui Harvard, Berkeley, MIT…), prende atto del fatto che in era digitale le spese di distribuzione si siano azzerate e si paghi quindi solo per le spese di prima copia e per garantire la peer review, in modo equo non solo sotto forma di abbonamento alle riviste tradizionali, ma anche di copertura delle quote di pubblicazione richieste dalle riviste Open Access.
Nonostante criticato da Stevan Harnad, che chiede prima le politiche di obbligo a depositare a zero costi e poi lo stanziamento di ulteriori fondi per il Gold Open Access – il progetto può effettivamente servire a bilanciare l'offerta per i ricercatori.
Shieber è stato anche molto coerente nell'evidenziare i possibili rischi del nuovo corso della comunicazione scientifica – una per tutti l'iperinflazione delle quote di pubblicazione al pari degli abbonamenti tradizionali – e, invitando a non replicare le disfunzioni e le storture del vecchio sistema, ha indicato alcuni possibili correttivi, quali l'enfasi sulla sostenibilità e realismo economico e la necessità di responsabilità condivise fra autori, enti di finanziamento ed editori.
Più volte nel corso del convegno sono state ribadite queste istanze: sia il ruolo fondamentale giocato dagli enti di finanziamento della ricerca, sia l'importanza del dialogo con gli editori, sia la valenza positiva in termini di mercato della coesistenza, in questo periodo di transizione, di entrambi i modelli di pubblicazione che competono e si equilibrano a vicenda. Robert Kiley (Wellcome Trust) ha poi messo in dubbio la definizione "author pays" con la quale viene etichettata gran parte dei modelli di business delle riviste Open Access, in quanto fuorviante: nella stragrande maggioranza dei casi è infatti l'istituzione che paga, o l'ente di finanziamento della ricerca.
La sostenibilità economica, ovvero costi e benefici e, perché no, ritorno sugli investimenti
Grande spazio alle implicazioni economiche è stato dedicato nel corso del convegno, per unanime riconoscimento del fatto che la sostenibilità è la condizione di base per lo sviluppo dei nuovi modelli di pubblicazione. John Houghton (Victoria University, Australia) ha presentato l'ormai famoso studio condotto per conto di JISC, Economic implications of alternative publishing models, quantificando i potenziali (e sostanziali) risparmi in uno scenario Open Access per il Regno Unito.
Lo studio è stato pesantemente attaccato da Steven Hall (STM publishers), che, in parte riprendendo i rilievi già esposti dagli editori tradizionali nei riguardi del rapporto – a cui peraltro Houghton aveva già puntualmente replicato – ha cercato di demolire la struttura portante del lavoro. Se alcune note di metodo potevano essere condivisibili, quali quelle sull'adozione di valori di riferimento non sempre coerenti, per esempio nel calcolo del costo di una prima copia o nella comparazione fra costi di pubblicazione e di abbonamento, altri appunti quali quelli sulla possibile perdita di posti di lavoro in biblioteca a fronte dei risparmi ottenuti o la presentazione dei soli quattro studi che mettono in dubbio – con pessime basi metodologiche - il vantaggio citazionale degli articoli ad accesso aperto sembrano francamente pretestuosi. Ciò che va sottolineato è, come ha replicato Houghton, che è innegabile come diversi modelli di pubblicazione possano fare la differenza sia in termini di costi sia di benefici, e che il pregio del rapporto sia quello di aver tentato un calcolo globale dei costi anziché semplicisticamente comparare spese di pubblicazione e costi degli abbonamenti tradizionali. Del resto, il modello si trova online ed è possibile – come ha dimostrato Alma Swan (Key Perspectives, UK) nel corso di un workshop – sia inserire valori differenti sia modificare o inserire variabili di calcolo. Quanto alla pretesa mancata collaborazione con gli editori, Houghton ha ribadito la natura indipendente del rapporto, e ha comunque rimarcato che qualora richiesti di fornire dati gli editori tradizionali hanno risposto in minima parte. Molta strada resta da fare in questo senso, ma la volontà sembra esserci, visto che più voci nelle diverse sessioni hanno ribadito la necessità di un confronto sereno fra tutte le parti interessate: del resto, come ha ribadito il rappresentante di Elsevier, il fine comune resta quello della disseminazione della ricerca scientifica.
Ha ragione Caroline Sutton (Open Access Scholarly Publishers Association – OASPA) che pone preliminarmente la questione di quale sistema di comunicazione scientifica vogliamo: costi e benefici sono poi relativi, in quanto entrambi i modelli ne hanno. Quanto ai ritorni sugli investimenti, ancora Alma Swan nel suo intervento ha posto l’accento sulla triade ricerca-conoscenza-innovazione, in cui, se le prime due sono demandate agli Atenei e ai centri di ricerca, sulla base dei loro risultati l'innovazione viene portata avanti al di fuori di queste istituzioni, nel settore dell'impresa privata. Ma il rapporto Eurostat dimostra che le PMI accedono solo al 3% dei risultati della ricerca condotta negli Atenei: il restante 97% si trova nelle riviste scientifiche tradizionali, chiuso dietro le barriere dell'abbonamento.
Come ha dimostrato la politica di obbligo a depositare della Queensland University of Technology in Australia, i ricavi in termini di commesse per le ricerche sono raddoppiati dall'adozione della politica Open Access, in quanto i risultati erano accessibili a tutti. Per questo la Swan, che ha applicato il modello Houghton a quattro Università britanniche di diversa dimensione, attitudine alla ricerca/insegnamento e produzione scientifica, ha invitato a considerare nella transizione all' Open Acces non solo i risparmi di cassa – che nel caso di una Università con alto tasso di pubblicazioni potrebbero non esistere – ma a valutare anche i benefici globali non monetizzabili di un maggiore accesso ai risultati della ricerca.
Infrastrutture e progetti: la prospettiva europea…
In due interventi Peteris Zilgalvis (Commissione Europea, DG Ricerca) e Kostas Glinos (Commissione Europea, DG Information Society and Media) hanno, da un lato, tracciato il quadro normativo e progettuale in cui si muove l'Unione Europea nella doppia veste di istituzione e di ente finanziatore della ricerca – Trattato di Lisbona, ERA 2000, I2010 e Settimo Programma Quadro che prevede al capo II.16.4 del modulo di ricerca il rimborso per le spese di pubblicazione in Gold Open Access – e, dall'altro, illustrato le azioni di supporto in termini di infrastrutture per assicurare in modo efficiente e competitivo il passaggio alla e-Science: sfruttando il continuum fra dati, ricerche, osservazioni garantito dal Web, e con un'opzione decisa verso l'Open Access – come dimostra il Programma Pilota Open Access all'interno del Settimo Programma Quadro -, l'Europa mira a divenire centro di eccellenza per la e-Science del futuro.
I progetti in corso finanziati dall'UE sono:
Sempre di respiro europeo, per quanto sostenuto dal Wellcome Trust e da altri enti finanziatori in collaborazione con il National Centre for Biotechnology Information (NCBI) statunitense, dovrebbe essere la creazione, sulla scorta di UK PUBMedCentral, della versione EuropePubMedCentral, che funga da deposito per le ricerche finanziate dal numero sempre crescente di enti europei che richiedono la politica di obbligo a depositare. Nel workshop dedicato sono emerse, oltre alle nuove funzionalità e ai servizi a valore aggiunto che farebbero di EuropePubMedCentral un vero overlay service, alcune criticità, quali il periodo di embargo richiesto e i rapporti fra archivi disciplinari e archivi istituzionali: in questo caso le posizioni di enti finanziatori e istituzioni (il Rettore di Liegi Rentier, per esempio, intervenuto in video conferenza) sono ancora lontane.
… e quella del Sud del mondo
Pur sostenendo fermamente l'Open Access e le sue istanze, i relatori provenienti dai paesi delle "Emerging economies" nella sessione loro dedicata hanno messo in guardia dal rischio di creare una sorta di "economic divide" fra gli autori della parte ben finanziata della ricerca mondiale e quelli dei paesi che hanno pochi fondi per la ricerca, che non potrebbero permettersi di pagare le quote di pubblicazione richieste dalle riviste scientifiche Gold Open Access.
L'Open Access li garantirebbe quindi come fruitori di letteratura scientifica ma non come produttori: nonostante sia stato ricordato che solo metà delle riviste Gold Open Access richiede una quota di pubblicazione, e che tutti gli editori prevedono la possibilità di non pagare per chi ha difficoltà, un velo di scetticismo è rimasto, anche in considerazione del fatto che gli editori tradizionali non chiedono nulla per pubblicare.
Ellen Tise, neoPresidentessa dell’IFLA, ha dichiarato che il suo mandato sarà totalmente imperniato sull’accesso aperto, ma ha anche richiesto a gran voce un maggiore impegno economico da parte dei governi centrali per colmare il digital divide, che ancora penalizza interi Paesi in cui manca la connessione al Web. Anche le biblioteche dovrebbero garantire un sostegno più deciso all'Open Access con una riallocazione dei fondi, considerato che non è sostenibile continuare a mantenere un doppio canale di comunicazione scientifica.
Della valenza etica dell'Open Access ha parlato Abel Caine (UNESCO), che ha ricordato come l'accesso aperto ben si coniughi sia con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, sia con il mandato dell’UNESCO che, unica fra le agenzie ONU, recita non solo "development" ma anche "peace". Per costruire tutto questo l'UNESCO sta implementando una Open Suite Strategy, con azioni a livello governativo e azioni dal basso per la condivisione di risorse per l’educazione (OER, Open Educational Resources), del software libero (FOSS), dell'Open Access.
La piattaforma Open Training è una summa di questi sforzi, con oltre 3000 diversi materiali suddivisi per disciplina.
Lavori in corso, ovvero buone pratiche da diffondere
Joahnnes Fournier (Deutsche Forschungsgemeinschaft, D) ha parlato del fondo centrale istituito a livello nazionale in Germania per la copertura delle quote di pubblicazione degli articoli Gold Open Access, con diverse modalità: o l'accordo centrale fra un ente e un editore (istituito fra Max Planck e PLoS), che semplifica il workflow amministrativo; o il supporto diretto al ricercatore; o il supporto indiretto agli atenei perché istituiscano un fondo di copertura delle spese.
Kurt de Belder (Leiden University, NL) ha ripercorso le tappe che hanno portato alla sigla dell'accordo nazionale in Olanda con l'editore Springer, in virtù del quale non viene più richiesta agli autori la quota di pubblicazione se esercitano l'opzione Open Choice. Il tetto di articoli, calcolato sulla base di quelli pubblicati nel 2007, è di 1250, ma è risultato flessibile. L'accordo è risultato vantaggioso per entrambi, in quanto l'editore ha visto un incremento di articoli pubblicati, di download e di citazioni, mentre gli autori hanno accresciuto la loro consapevolezza sui reali vantaggi dell'Open Access. Sono in corso studi di fattibilità per rendere sostenibile il progetto.
Robert Kiley (Wellcome Trust) ha presentato le azioni di sostegno alla politica di obbligo a depositare, quali un semplificato workflow amministrativo e un Report personalizzato basato su dai Scopus e Web of Science inviato agli autori che depositano. Ha anche insistito sullo sviluppo di un meccanismo funzionale alla suddivisione dei costi da sostenere da parte di diversi enti finanziatori e sulla trasparenza nel riequilibrio fra prezzi degli abbonamenti e introiti derivanti dalle Open Choices degli autori.
Di azioni di sostegno e incentivi ha parlato anche Bernard Rentier, Rettore dell'Università di Liegi, che dopo l'adozione della politica di obbligo a depositare ha visto crescere a 25.000 i lavori presenti nell'archivio istituzionale. L'archivio viene considerato l'unica fonte ufficiale ai fini della valutazione della ricerca, e questo ha avuto un effetto dirompente sull’attitudine dei ricercatori ad autoarchiviare.
William Nixon (Glasgow University) ha esaminato in modo speculare cosa possono fare le Universitàà per sostenere le politiche di obbligo a depositare e cosa possano fare gli enti finanziatori per semplificare, ponendo l'accento sugli aspetti pratici delle richieste fondi per la ricerca (chiare clausole di copyright, chiare clausole per le richieste degli enti finanziatori , che sono state inserite nel workflow dei ricercatori).
Wolfram Horstmann ha illustrato le politiche dell'Università di Bielefeld sia verso il deposito istituzionale sia verso il fondo centrale a copertura delle spese di pubblicazione in Gold Open Access, sottolineando la massima libertà lasciata agli autori. L'esperienza è stata del tutto positiva in quanto ha creato maggiore consapevolezza delle diverse opzioni possibili e una maggiore propensione alla pubblicazione Open.
Fisica: è la disciplina in cui non servono né politiche di obbligo a depositare né discussioni. I ricercatori hanno una diffusa cultura del pre-print.
Astronomia:
Scienze sociali e umane:
Tanti progetti dunque, tanti lavori in corso possibili solo in quanto i dati di partenza sono liberamente disponibili. Come si chiedeva Sayeed Choudhury (Johns Hopkins University, USA), bisognerebbe riuscire a trovare la "killing application" che funzioni solo in ambiente Open – idea di Bernard Schutz -, ossia l'applicazione di cui il ricercatore non può più fare a meno: sarebbe un'ottima spinta in favore dell'accesso aperto.