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AIDAinformazioni |
trimestrale
- ISSN 1121-0095, ISSN elettronico
1594-2201
anno 28, numero 1-2, gennaio-giugno 2010 |
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Elena Giglia Università degli Studi di Torino - elena.giglia@unito.it |
| Coordina l'Ambito 6 "Scienze storiche e filosofiche, pedagogiche e psicologiche" del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell'Università di Torino. Fa parte della "Commissione Nazionale Università e Ricerca" dell'AIB. Ha lavorato presso la Divisione Biblioteche dell'Università di Milano, presso la Biblioteca Centrale di Economia e presso la Biblioteca Centralizzata di Medicina dell’Università di Torino. Si interessa - oltre che dei suoi tre bimbi - di Open Acces, di strategie di ricerca dell’informazione biomedica e di integrazione fra risorse informative e sistemi avanzati di e-learning. | |
La Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino ha ospitato, il 15 gennaio 2010, una tavola rotonda sul tema Il web 2.0 e le biblioteche: un incontro possibile?, organizzato dalla Sezione Piemonte dell’A.I.B.
I partecipanti alla tavola rotonda, ben orchestrati da Cecilia Cognigni, hanno contribuito, ognuno nell'ottica a sé più congeniale, a delineare un quadro delle applicazioni presenti e future del Web 2.0 in biblioteca. Le diverse prospettive e le diverse voci, pur nella brevità degli interventi che volevano essere spunti per la riflessione comune, si sono bene armonizzate e hanno fornito uno scenario completo sul tema.
Il filo conduttore è stato l’idea che la biblioteca debba uscire dalla biblioteca e porsi nei nuovi flussi informativi, facendosi trovare là dove gli utenti cercano le informazioni. Di più, la ricerca e l'accesso alle informazioni stesse va offerto in modalità realmente user-centered, dove l’utente è sempre più spesso il digitale nativo, sempre connesso, abituato ad un approccio e a strumenti di ricerca diversi dall’utente tradizionale.
In quest’ottica sia le soluzioni tecniche sia le logiche del Web 2.0 risultano congeniali. Il Web come piattaforma, il beta perpetuo, il cloud computing, l’intelligenza collettiva e il radical trust nei contenuti generati dagli utenti si riflettono pesantemente sulle biblioteche e il loro modo di operare: Rossana Morriello (Università di Udine) ha riproposto sia le caratteristiche sia la storia del Web 2.0 dalla sua definizione nel 2005 da parte di Tim O’Reilly. Quanto agli strumenti, blog, wiki, ma anche i social network e i social bookmarking offrono l’opportunità di ripensare nuove modalità di fruizione e creazione di testi, metadati e servizi, rendendo la biblioteca uno dei nodi del sistema di domanda e offerta di informazione.
Fra gli strumenti più versatili e innovativi sono i mashup, applicazioni che traendo i dati da fonti diverse li riaggregano per offrire nuovi servizi, sempre che ovviamente i dati di partenza siano liberamente disponibili in rete. Bonaria Biancu (Università di Milano Bicocca), autrice del capitolo sulle specifiche tecniche nel volume Library mashup: exploring new ways to deliver library data, ha focalizzato il suo intervento su esempi di applicazioni possibili: l’integrazione con Google maps per mostrare dove si trova la biblioteca, la BiblioBar, l’applicazione su Amazon per informare gli utenti se il libro è posseduto dalla biblioteca sono tutte realizzazioni da lei sperimentate all’università di Milano Bicocca. Altre suggestioni vengono da ZACK bookmaps, uno strumento che cerca, localizza e trova in una biblioteca un libro e aggrega dati da cataloghi Z3950, Google maps, Geo database e Amazon. Le applicazioni per telefoni cellulari (BOOPSIE, Library Thing mobile) sono strumenti che non solo permettono di interrogare i cataloghi ma, lavorando in connessione al localizzatore GPS, guidano l’utente verso la biblioteca che possiede il documento cercato o organizza l’evento di interesse. La logica sottesa, e su cui Bonaria ha giustamente insistito, è quella di intercettare i potenziali utenti ponendosi, come si diceva, all’interno del loro flusso di informazioni.
Di segno opposto, finora, è stato l’atteggiamento delle biblioteche, che Andrea Marchitelli (CILEA, Roma), ha paragonato a isole nell’oceano, chiuse in sé stesse o al massimo aggregate in arcipelaghi (i consorzi), ma pur sempre autoreferenziali: il formato MARC è utilizzato solo in un contesto bibliotecario. Del resto, la consuetudine finora era che l’utente per trovare informazioni dovesse recarsi in biblioteca. Con l’avvento del Web non è più necessario che gli utenti vadano fisicamente in biblioteca; è necessario allora che le biblioteche si riposizionino, escano dalle biblioteche e scendano nella piazza telematica (con un’immagine cara ad Antonella De Robbio). In questo, gli strumenti del Web 2.0 possono giocare un ruolo attivo. Non a caso Marchitelli ha aperto il suo intervento sui cataloghi di nuova generazione riproponendo alla riflessione comune il Rapporto OCLC del 2005 Perceptions of libraries and Information resorces, con il famoso dato dell’esiguo 1% di utenti che partono per le loro ricerche dal catalogo della biblioteca (a fronte dell’87% dai motori di ricerca), e il più recente Online Catalogs: what users and librarians want (2008), che dimostra come il flusso ininterrotto fra discovery e delivery sia il focus principale degli utenti, che richiedono il link al full text e informazioni semantiche. Stante l’enorme costo per record che comporta la catalogazione, per renderla efficace occorre ripensare i cataloghi: il dato catalografico deve essere aperto, disponibile al riuso via mashup o altra applicazione, per essere integrato con servizi a valore aggiunto per chi cerca informazioni. Il catalogo di nuova generazione dovrà quindi essere comprensivo (ossia contenere tutte le informazioni possibili), posizionarsi nel flusso informativo dell’utente con modalità e interfacce a lui note (ovvero emergere in Google ed essere ricercabile dal cellulare), adattabile, integrato con i contenuti generati dall’utente e i social networks, e soprattutto a basso costo per l’utente, che deve poter trovare percorsi rapidi e intuitivi che lo portino dalla scoperta di ciò che cerca all’accesso diretto.
Partendo dal presupposto che il soggetto deve sempre più essere “tu”, e che la biblioteca debba quindi chiedersi “cosa posso fare per te?”, Eleonora Pantò (CSP Piemonte) ha allargato l’orizzonte offrendo una panoramica sul cosiddetto Learning 2.0 e le sue connessioni con il mondo delle biblioteche. La vera alfabetizzazione passa oggi non tanto dalle competenze informatiche richieste quanto piuttosto dallo sviluppo di una cultura partecipativa e di un atteggiamento critico utile alla valutazione delle fonti. I mediatori del sapere devono trovare nuovi modi e nuove competenze per rispondere alle mutate abitudini di chi apprende (come mostra il suggestivo video di Michael Welsh, A vision of students today).
Se cambiano le modalità e i canali di circolazione, accesso e utilizzo delle informazioni, cambiano anche i supporti e le forme. Gino Roncaglia (Università della Tuscia) ha parlato di libri e di testi che circolano in rete non più in forma-libro, fermo restando che, secondo Eco, il libro di carta è “ergonomicamente perfetto” e quindi non scomparirà mai. Con Internet e i digitali nativi è cambiato sia l’approccio – si scrivono pochi testi, ma migliaia di e-mail – sia lo stile: il testo complesso, argomentativo, è sempre più sostituito da testi brevi. Si scrive su carta come si scrive sul Web. La biblioteca deve tenere conto di tutte queste realtà, come dei nuovi supporti tecnologici per la lettura dell’e-book, ma soprattutto deve riposizionarsi e inserirsi sempre più nei percorsi formativi-informativi degli utenti.