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AIDAinformazioni |
trimestrale
- ISSN 1121-0095, ISSN elettronico
1594-2201
anno 27, numero 3-4, luglio-dicembre 2009 |
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Elena Giglia Università di Torino - elena.giglia@unito.it |
| Coordina l'Ambito 6 "Scienze storiche e filosofiche, pedagogiche e psicologiche" del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell'Università di Torino. Fa parte della "Commissione Nazionale Università e Ricerca" dell'AIB. Ha lavorato presso la Divisione Biblioteche dell'Università di Milano, presso la Biblioteca Centrale di Economia e presso la Biblioteca Centralizzata di Medicina dell’Università di Torino. Si interessa - oltre che dei suoi tre bimbi - di Open Access, di strategie di ricerca dell’informazione biomedica e di integrazione fra risorse informative e sistemi avanzati di e-learning. | |
A conclusione della Settimana Open Access con iniziative e manifestazioni in tutt’Italia, l’Università di Roma Tre ha ospitato, il 23 ottobre scorso, la Giornata nazionale sull’Open Access, che è stata un’ottima occasione di confronto e di incontro (come da foto).
La prima sessione, moderata dal prof. Roberto Delle Donne (Università di Napoli, coordinatore del Gruppo di lavoro CRUI sull’Open Access) si è aperta con la originalissima presentazione di Antonella De Robbio (Università di Padova), tutta giocata sui modi e i tempi dell’Open Access in Italia. L’autrice, in audioconferenza causa malattia, ha invitato le biblioteche a uscire dalle proprie mura e andare nella piazza telematica, dove si gioca il futuro dell’informazione e della conoscenza. A partire dal passato remoto (le Dichiarazioni di Berlino e di Messina), Antonella De Robbio ha poi fatto una panoramica scorrendo il passato prossimo (il gruppo di lavoro Open Access all’interno della CRUI, il wiki OA Italia, le varie conferenze…) e soprattutto l’imperfetto, ossia ciò che non permette all’Open Access di decollare:
Per passare dal modo passivo al modo attivo, Antonella De Robbio ha elaborato una mappa concettuale delle parole chiave dell’Open Access in Italia, per indicare poi alcune vie possibili per il futuro (La Open University e la dichiarazione di Wheeler, le Open Educational resources…) e soprattutto la scommessa aperta delle politiche di obbligo a depositare, ovvero il passaggio al modo imperativo, necessario per ottenere archivi funzionali alla disseminazione dei risultati della ricerca.
I tre interventi successivi hanno messo a fuoco, secondo questa prospettiva, le recenti Linee guida elaborate dal Gruppo di lavoro Open Access della CRUI.
Stefania Arabito (Università di Trieste) ha presentato le Linee guida per gli archivi istituzionali, sottolineando come, durante la stesura, lo sforzo sia stato quello di tenere presente le raccomandazioni internazionali ma con un riferimento preciso alla realtà italiana. Se i depositi istituzionali sono, secondo Clifford Lynch, un «insieme di servizi», serve allora non solo un cambiamento culturale ma anche organizzativo, mettendo a punto sinergie inedite con le altre componenti di Ateneo (sistema informativo, sistema legale, area ricerca…). L’approccio suggerito per tenere conto di realtà più o meno avanzate è un approccio “patchwork”, per giungere alle politiche di obbligo a depositare. Le politiche sono comunque uno strumento necessario ma non sufficiente, a cui va affiancata sia una massiccia opera di comunicazione sulle potenzialità dei depositi stessi sia sulla necessità di offrire servizi a valore aggiunto in un’ottica di fidelizzazione dei ricercatori. Quanto alle soluzioni tecniche, le Linee guida si limitano a suggerire una checklist di requisiti per la funzionalità e l’interoperabilità.
Francesca Valentini (Università di Trento) ha, invece, introdotto le Raccomandazioni su OA e la valutazione dei prodotti della ricerca scientifica. A partire dal contesto italiano – successivi VPS, CNSVU, CIVR, a ora ANVUR -, la presentazione si è focalizzata sul possibile dialogo fra depositi istituzionali e anagrafe della ricerca, e sulle potenzialità offerte sia dalle nuove metriche sia dalla possibilità di archiviare anche materiali non tradizionali. Quanto si sta facendo in questo senso in Gran Bretagna, Australia, Spagna andrebbe preso ad esempio. Gli archivi istituzionali offrono anche una garanzia di maggiore flessibilità nella dialettica con gli archivi e le anagrafi centrali a livello nazionale, permettendo una valutazione più granulare: per questo è, però, indispensabile che l’archivio istituzionale sia interoperabile e risponda ai requisiti della “Direttiva Stanca” sull’Open Source e della “legge Stanca” sull’accessibilità. Quanto alla questione delle diverse versioni rese disponibili nell’archivio istituzionale, lo standard VIF dovrebbe essere risolutivo. Gli archivi aperti quindi ben si prestano a una valutazione più globale ed efficace dei risultati della ricerca, permettendo l’adozione di misure sia quantitative sia qualitative (la peer review resa possibile sul full text, purché vi sia una politica di obbligo a depositare), la presentazione di materiali alternativi e versioni diverse, la compatibilità con l’anagrafe della ricerca.
Di Linee guida sulle riviste ad accesso aperto ha parlato Roberto Delle Donne (Università di Napoli), partendo dai margini di profitto dei maggiori gruppi editoriali tradizionali e riproponendo i vantaggi della Gold road all’Open Access, delle sinergie con l’area ricerca, dell’importanza della metadatazione corretta e di un corretto harvesting.
La seconda sessione, moderata dal giurista prof. Roberto Caso (Università di Trento), ha portato in primo piano il tema delle politiche istituzionali e dei vantaggi offerti dall’Open Access.
Damiano Preatoni (Università dell’Insubria), editore della rivista Open Access Hystrix - Italian Journal of Mammalogy, organo dell’Associazione Teriologica Italiana, che ha mostrato come il passaggio a una policy Open Access abbia portato non solo a un incremento di visibilità della rivista ma anche a un aumento della sottomissione di articoli e a una maggiore internazionalizzazione dei contributi.
Paola Galimberti (Università di Milano) ha presentato lo stato dell’arte sul recepimento da parte degli Atenei Italiani delle Linee guida sulle tesi di Dottorato: 20 Atenei hanno implementato una politica di obbligo a depositare, alcuni dopo aver già modificato i bandi di ammissione alle Scuole di Dottorato. È allo studio anche un Archivio Italiano delle Tesi di Dottorato, in collaborazione con gli archivisti, vista la duplice natura della tesi come oggetto di ricerca e documento amministrativo. Il bel dialogo sollecitato dal moderatore, Paola Galimberti ha sottolineato la valenza delle tesi di dottorato come banco di prova per testare le maggiori resistenze da parte degli autori, che sembrerebbero riguardare la paura di plagio – ma la data certa del deposito nell’archivio è una garanzia rispetto alla paternità intellettuale – e il timore che, in caso di controversie, l’Ateneo non offra lo stesso sostegno assicurato dagli editori tradizionali. Su questo bisognerà lavorare molto con gli Staff legali.
Lucia Monaco (Direttrice Scientifica Telethon) ha illustrato i passi avanti compiuti da una delle maggiori charities italiane verso la politica di obbligo a depositare. L’Open Access ben si coniuga con la necessità di un ente di finanziamento pubblico di far conoscere a tutti i portatori di interesse (pazienti, ricercatori, pubblico donatore) i risultati delle ricerche finanziate. A partire dal prossimo bando di ricerca, Telethon richiederà la pubblicazione dei risultati in Open Access, o via deposito in UK PUBMedCentral o via pubblicazione in una rivista Open Access. In questo caso, i costi ricadrebbero interamente sull’ente: da proiezioni fatte, le pubblicazioni annuali dei ricercatori Telethon – che già costano ogni anno 36 mila Euro in pagine eccedenti, figure a colori ecc. con gli editori tradizionali - verrebbero a incidere sul budget per circa 200 mila Euro l’anno, ossia l’1% dei fondi reperiti, che assomma al costo medio di un progetto. Alla domanda “ne vale la pena?” Telethon ha risposto in senso affermativo, dato che l’Open Access alimenta un circolo virtuoso per cui non solo favorisce la disseminazione e quindi incrementa il percorso verso la cura, ma rende anche più trasparente la rendicontazione, favorendo nuove donazioni. È in corso di stipula un accordo con il Wellcome Trust britannico per il deposito dei materiali in UK PubMedCentral e la gestione dei metadati, nonché per la partecipazione alla creazione in futuro di un European PubMedCentral.
Sempre in ambito biomedico, Paola De Castro (Istituto Superiore di Sanità) ha ripercorso le tappe che hanno portato il Presidente dell’ISS a firmare la politica di obbligo a depositare già nel gennaio 2008, con l’effetto di 30.000 records, e il 18% di full text (sussiste l’obbligo solo per i lavori peer-reviewed). La metafora della musica ha fatto da controcanto all’intera presentazione: l’azione verso l’Open Access dovrebbe essere corale, usando gli stessi ritornelli per farsi sentire meglio ed essere più efficaci, dovrebbe armonizzare le diverse voci, rispettando tempi e toni senza creare rumore. Interessante anche l’analisi SWOT rispetto all’accesso aperto. Punti di forza dell’Open Access sono la disseminazione globale dei risultati della ricerca, la parità nel diritto di accesso, la possibilità di nuove metriche, la cross-fertilization fra discipline. Debolezze sono la mancanza di politiche, la mancanza di coordinamento, i timori degli autori e le reticenze degli editori. Opportunità sono la condivisione immediata, che rende possibile anche forme di commento e di soft peer-review, interoperabilità, la condivisione di linguaggi. Minacce sono la paura diffusa in merito al diritto d’autore, i dubbi sulla sostenibilità nel lungo periodo, la conservazione dei dati. Le tre parole d’ordine per ottenere le politiche di obbligo a depositare da più voci auspicate possono essere coinvolgere (la governance), convincere (dei vantaggi), formare (per creare e sostenere l’attitudine a depositare). Un cenno infine al progetto NECOBELAC, finanziato all’interno del 7° Programma Quadro dell’UE, per l’accesso aperto all’informazione per la tutela della salute pubblica.
La tavola rotonda del pomeriggio è stata moderata da Susanna Mornati (CILEA), curatrice del volume monografico di AIDA Informazioni L’Open Access in Italia. Ha introdotto Mauro Guerrini, presidente AIB, preannunciando che il tema del congresso AIB 2010 sarà l’accesso aperto, nella duplice accezione accademica largamente dibattuta nella giornata e pubblica di “nessuno è straniero in biblioteca”.
Sollecitati con domande puntuali, gli autori presenti hanno in qualche modo aggiornato i contributi dell’anno precedente.
Maria Cassella (Università di Torino) ha individuato le criticità dei depositi istituzionali nello scollamento esistente negli Atenei fra centro e periferia, e nel mancato coinvolgimento dei decisori politici. Ha poi invitato a indagare più a fondo il profilo dei repositories, indagando i comportamenti dei ricercatori in materia di deposito.
Paola Galimberti (Università di Milano) ha tracciato una panoramica del diritto d’autore nel senso dei possibili sforzi comuni sia con gli staff legali per la citata questione della tutela dei diritti e della creazione di consapevolezza nel non cedere tutto all’editore sia con i ricercatori, in ordine a individuare i servizi maggiormente attesi.
Paola Gargiulo (CASPUR) si è detta certa del fatto che l’Open Access sia una battaglia vinta, per la serie di vantaggi che apporta, anche in termini economici una volta stabiliti i profitti sui servizi a valore aggiunto. La qualità resta la chiave di volta; e la trasparenza in questo senso è una leva potente. Il compito demandato a chi crede nell’accesso aperto è la diffusione convinta delle buone pratiche e dei risultati raggiunti e raggiungibili.
Elena Giglia (Università di Torino) ha messo a fuoco alcuni contributi sull’aspetto economico dell’Open Access, a partire dallo studio Economic implications of alternative publishing models di John Houghton, che, pur riferito alla realtà britannica, dimostra come l’Open Access oltre a generare ingenti risparmi sia anche possibile già ora con le attuali allocazioni di fondi. Sempre dallo studio di Houghton, un invito a far sì che i criteri di valutazione della ricerca non costituiscano una barriera all’innovazione. Dal numero monografico di Marzo 2009 di Economic Analysis and Policy, l’idea di John Willinsky della stratificazione del mercato editoriale che rende ancora più complessa la questione della sostenibilità economica – e che renderebbe ingiustificato il prezzo di 3000$ richiesto da molti editori. Altre novità dal progetto PEER sugli effetti di una massiccia autoarchiviazione e dal progetto COPE per cui cinque fra le maggiori Università statunitensi hanno creato un fondo per il sostegno alle pubblicazioni in riviste Open Access. Infine, la polemica recentissima sulle liste di discussione sul motivo per cui gli editori tradizionali non abbiano ancora abbassato i prezzi degli abbonamenti a riviste con opzione Open Choice (solo OUP).
Daniela Cermesoni (Università dell’Insubria) ha riportato l’attenzione sulle tesi di dottorato, ripercorrendo le tappe che hanno portato alla creazione della politica di obbligo a depositare, e sui residui dubbi dei docenti e dei dottorandi, che riguardano i timori per la futura pubblicazione dei lavori depositati. Una nota dolente invece ha riguardato lo scarso feedback ottenuto in ordine all’harvesting dei metadati da parte della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che dopo una fase iniziale di test sembra languire. È intervenuta anche Stefania Arabito per ricordare la buona pratica di Trieste, nel lavoro congiunto con le segreterie delle scuole di dottorato per l’inserimento del deposito nel workflow amministrativo.
Lucia Antonelli (Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione locale, Roma), per sottolineare come l’Open Access ben si coniughi anche con la politica di trasparenza delle amministrazioni locali. L’esperienza del deposito istituzionale è stata estremamente positiva anche come veicolo di diffusione non solo dei criteri dell’accesso aperto ma anche della consapevolezza dei diritti in capo all’autore.
Andrea Marchitelli (CILEA) ha offerto una panoramica degli strumenti attivi di comunicazione (Pleaidi, Wiki Oa Italia, la lista Oa-Italia…) e ha poi condiviso alcune riflessioni sull’ineluttabilità del percorso verso l’Open Access, nonostante manchi ancora il pieno coinvolgimento sia dei ricercatori sia dei decisori politici in Ateneo.
Lucia Saccone (Università di Roma Tre) ha concluso raccontando con entusiasmo gli sforzi compiuti dall’Università di Roma Tre per il deposito istituzionale, con l’accento non tanto sui risultati immediati quanto sul bel clima di dialogo e la rete di relazioni venutesi a creare dentro e fuori l’Ateneo. Effetto collaterale, per una volta positivo.