trimestrale
- ISSN 11210095, eISSN 15942201 n. 3-4, anno 25, luglio-dicembre 2007
Organizzazione della conoscenzaCome mi
vuoi, disciplinata o fenomenale?
Claudio
Gnoli
Università di Pavia. Dipartimento di
Matematica. Biblioteca
Quando cominciai a lavorare
in una biblioteca dotata di un catalogo per soggetti, rimasi presto
perplesso nel notare che, mentre alcuni libri erano catalogati sotto
patologia vegetale,
altri del tutto affini si trovavano invece sotto
piante - malattie.
Dopotutto, non parlavano sostanzialmente della
stessa cosa? Utilizzare il nome della disciplina invece che (o peggio
in alternanza a) quello degli oggetti concreti da essa studiati
produceva una complicazione di dubbia utilità: i lettori avrebbero
dovuto sapere a priori se e quando utilizzare l'uno ovvero l'altro.
Eppure,
l'organizzazione della conoscenza è perlopiù basata sulle discipline
del sapere: in particolare, negli schemi di classificazione le
discipline vengono impiegate come divisioni primarie, da cui dipendono
tutte le altre. Le classi principali, infatti, generalmente si chiamano
filosofia, sociologia, linguistica, fisica, storia, ecc. Ciascuna di
queste si articola poi in una serie di sottoclassi, che ne
rappresentano i vari settori e aspetti, e così di seguito. È vero che
per certi versi non fa molta differenza: cactacee potrà
essere una
sottoclasse di botanica
così come lo sarebbe di piante;
ma per altri
versi invece ne fa molta: metodi
e storia
sono faccette della botanica
ma non delle piante,
per cui il sito di un negozio di piante dovrà
essere organizzato diversamente da quello di un dipartimento
universitario di botanica (Gnoli, The
meaning of facets in non-disciplinary classifications, in Proceedings 9th ISKO conference,
Ergon 2006, p. 11-18).
Anche
gli insegnamenti universitari sono organizzati in base a discipline. In
Italia, le recenti riforme hanno definito uno schema di settori
scientifico-disciplinari che non è altro che una classificazione, con
tanto di notazione: M-STO/08
sta per "archivistica, bibliografia e
biblioteconomia". È interessante notarvi alcune differenze rispetto
alle classificazioni bibliografiche: ciascuno dei settori di scienze
dell'antichità e di orientalistica comprende àmbiti che nella
Classificazione decimale di Dewey sarebbero divisi fra arti,
letteratura, archeologia e storia. Probabilmente le suddivisioni
ministeriali, pur con qualche incoerenza, rispecchiano meglio
l'effettiva organizzazione della ricerca contemporanea; Giovanna
Granata propone allora di farne la base per uno schema di collocazione
a scaffale alternativo a quelli tradizionali, che meglio risponda alle
necessità dei ricercatori (Granata in Classificare le scienze umane:
il caso filosofia, Padova 2007).
La
scelta disciplinare è di solito motivata con il fatto che i modi in cui
è articolato il sapere siano anche quelli più convenienti per la
ricerca bibliografica: chi è interessato a una certa nozione è già
abituato a considerarla in quella posizione nello schema convenzionale
del sapere, e lì la cercherà. In questo modo, però, succede facilmente
che lo stesso oggetto di conoscenza (cioè lo stesso fenomeno della
realtà) si venga a trovare disperso in diversi punti dello schema. Le
piante sono sì studiate dalla botanica, ma anche dall'agronomia e dalle
scienze dell'alimentazione, nonché dalla medicina e dall'architettura
del paesaggio, o come soggetto in pittura e in letteratura... Se lo
schema è basato sulle discipline, come avviene per la CDD, la CDU e
anche i moderni schemi a faccette, ognuno di questi modi di trattare le
piante verrà classificato in un punto diverso dello schema, e i
documenti corrispondenti si verranno a trovare lontani. Lo stesso Dewey
affermò che questa era una delle caratteristiche principali della sua
classificazione.
I sostenitori dell'ortodossia classificatoria
ritengono che questo non sia un grosso problema, perché difficilmente i
lettori saranno interessati a qualunque libro sulle piante,
indipendentemente dal contesto disciplinare: a un agronomo
interesseranno gli aspetti agronomici, non quelli paesaggistici o
artistici, e quindi egli si dirigerà immediatamente alla classe di
agronomia per cercare solo al suo interno. D'altronde sono
relativamente pochi i libri che trattino un fenomeno sotto diversi
punti di vista disciplinari, e quei pochi si classificheranno secondo
regole apposite (nella Dewey, sotto la disciplina che compare per prima
nello schema; nella Bliss, usando una speciale classe per i fenomeni
trattati in modo interdisciplinare).
Questa impostazione, però,
sembra in contrasto con la crescente attualità delle ricerche
interdisciplinari. La pedagogia insiste da tempo sull'importanza che
gli studenti imparino ad effettuare connessioni tra le diverse materie
di studio; e anche la ricerca avanzata sempre più spesso integra per
uno stesso fine competenze provenienti da diversi settori, come avviene
per l'astronautica, le scienze ambientali, le biotecnologie... Dove
collocare i documenti che rappresentano questi approcci? Se
costringiamo catalogatori e lettori a scegliere sempre una disciplina,
non li priveremo di collegamenti potenzialmente interessanti tra i
campi del sapere, che anzi potrebbero suggerire loro nuove connessioni?
Non finiremo per consolidare lo status quo della conoscenza, inibendo
le deviazioni innovative? L'organizzazione della conoscenza deve
servire soltanto a rappresentare la documentazione esistente, o anche a
favorire percorsi nuovi e produttivi, offrendo dei ponti tra gerghi e
tecnicismi diversi che tuttavia, magari senza rendersene conto, si
occupano di fenomeni simili?
In effetti, un numero sempre
maggiore di studiosi di organizzazione della conoscenza va
sottolineando il problema dell'interdisciplinarietà. Al congresso
internazionale ISKO del 1998 a Lilla due tra le autrici più note e
accreditate, Nancy Williamson e Clare Beghtol, hanno scelto di
affrontarlo, mentre Ia McIlwaine lo ha ripreso nel 2000 a Toronto,
osservando che dopotutto non è così nuovo. Nel 2007 l'intero congresso
della sezione spagnola dell'ISKO a León si è intitolato
"Interdisciplinarity and transdisciplinarity in the organization of
scientific knowledge" (Dahlberg e altri hanno distinto fra
interdisciplinarietà: lo studio di una disciplina dal punto di vista di
un’altra; transdisciplinarietà: l'applicazione dei metodi di una
disciplina a un'altra; multidisciplinarietà: lo studio di un fenomeno
in diverse discipline; pluridisciplinarietà: lo studio di una proprietà
in diverse discipline; e sindisciplinarietà: la collaborazione tra
discipline per uno stesso fine).
In realtà, un approccio non
esclusivamente disciplinare era suggerito già dall'autore di uno schema
di classificazione pubblicato a Londra nel 1906, James Duff Brown.
Nell'introdurlo egli scriveva: «tendo a pensare che, nella
classificazione dei libri, il soggetto concreto o costante dovrebbe
essere preferito al punto di vista più generale o al soggetto
occasionale». La Subject Classification di Brown, nonostante i suoi
spunti assai moderni, è poi rimasto uno dei molti schemi
sottoutilizzati, sovrastati dal potere di quelli più diffusi.
L'alternativa
non disciplinare è stata però indagata con decisione negli anni
Sessanta dai membri del Classification Research Group, a partire dalle
penetranti osservazioni di Barbara Kyle: Douglas Foskett ha sostenuto
che, facendo a meno delle discipline, è possibile classificare
direttamente i fenomeni, organizzandoli in base al principio dei
livelli di integrazione; e Derek Austin ha pubblicato effettivamente
degli abbozzi di uno schema generale di questo tipo, che ha influenzato
il successivo PRECIS. Purtroppo anche queste sperimentazioni
radicalmente innovative sono state offuscate da nuovi impegni e dal
prevalere di opinioni più tradizionali, e solo di recente sono state
riconsiderate in un progetto di ricerca di ISKO Italia ("AIDAinformazioni", 23:
2005, n. 1-2, p. 57-72).
Un
altro membro del CRG, Derek Langridge, ha ricordato recentemente
«l'assoluta distinzione tra forme di conoscenza e fenomeni», che devono
essere entrambe comprese nell'analisi del soggetto di un documento.
Infatti la trattazione in un documento, o in una collezione di
documenti, aggiunge al fenomeno bruto una dimensione bibliografica,
anch'essa rilevante. Langridge prende ad esempio la classificazione che
ha contribuito a sviluppare per collocare i libri nella graziosa Biblioteca di Avalon
[il sito è stato recentemente chiuso], specializzata in esoterismo e
New Age: nello schema, fenomeni comuni
quali i corpi celesti, la Terra e la salute sono affiancati
rispettivamente a misteri dello spazio, Gaia e astrologia, essendo il
sistema funzionale alla particolare prospettiva della biblioteca (Bliss, the disciplines, and the
New Age, "Bliss classification bulletin", 34: 1992, p.
8-13).
Altro
indagatore del rapporto fra discipline e fenomeni è il canadese Rick
Szostak, che nota come una classificazione generale dei fenomeni «non
sia stata neanche ancora tentata. Tra gli effetti collaterali
spiacevoli di questa situazione c'è la natura arbitraria dei confini
disciplinari [...]. In alcuni casi diverse discipline possono occuparsi
di uno stesso fenomeno (spesso senza prestare attenzione agli sforzi
fatti dalle altre discipline per comprenderlo).» La classificazione dei
fenomeni «offre una potente illustrazione della natura interconnessa
delle scienze umane, e quindi del pericolo costituito dalle barriere
alla comunicazione interdisciplinare. Prendiamo ad esempio il crimine:
una breve riflessione indica che una serie di fattori - genetici,
individuali, politici, sociali, culturali, ed altri - potranno
influenzarlo, per cui un'analisi completa del crimine si deve estendere
su molte discipline. [...] Identificare quali connessioni i ricercatori
stanno studiando può permettere ad insegnanti e ricercatori di
accorgersi quando la ricerca in altre discipline si sta occupando della
stessa connessione» (Classifying science, Springer 2004, p. 23, 32-33).
Szostak
propone che i contenuti della conoscenza vengano analizzati secondo tre
componenti: fenomeno trattato, teoria adottata e metodo utilizzato, e
che siano i fenomeni a costituire l’accesso primario alla
classificazione. Fenomeni, teorie e metodi potrebbero essere tradotti
in una notazione analitico-sintetica, che renda possibile cercare le
diverse teorie e metodi che si occupano di un dato fenomeno (il crimine
in sociologia e in diritto), ma anche i diversi fenomeni trattati da
una certa teoria (la prospettiva buddhista sulla mente e sulla morale),
o utilizzando un certo metodo (la registrazione di suoni applicata ai
canti popolari e al censimento di balene in mare aperto). Queste idee
sono confluite in un manifesto promosso da alcuni partecipanti al
citato congresso
di León. Qualcosa del genere è suggerito anche da Maria
Teresa Biagetti (Proceedings
9th ISKO conference,
cit., p. 242): «Quale potrebbe essere l'indice più appropriato per un
libro che tratta de "gli orrori della guerra"? guerra
(l'oggetto), o
forse, in accordo con il punto di vista dell’autore, pacifismo (il
soggetto), cioè la questione realmente trattata dall'autore? O forse,
io suggerirei, entrambi?».
Le puntate precedenti di questa rubrica sono state pubblicate sugli
ultimi tre fascicoli di "AIDAinformazioni":