![]() |
AIDAinformazioni |
trimestrale - ISSN 1121-0095, ISSN elettronico
1594-2201
anno 22, numero 4, ottobre-dicembre 2004 |
La partecipazione era piuttosto significativa, raccogliendo molte delle firme attualmente più attive in questo settore, come le canadesi Clare Beghtol, Lynne Howarth, Hope Olson e Nancy Williamson, gli statunitensi Julianne Beall, Jonathan Furner, Rebecca Green, Elin Jacob, Barbara Kwasnik, Clifford Lynch, Shawne Miksa (figlia d'arte), Joan Mitchell, Richard Smiraglia, Douglas Tudhope e Marcia Lei Zeng, gli inglesi Stella Dextre Clarke, Steve Pollitt e Pauline Rafferty, i danesi Hanne Albrechtsen, Birger Hjørland e Jens-Erik Mai, l'olandese Gerhard Riesthuis, il belga Wouter Schallier, il tedesco Peter Ohly, la portoghese Maria Inês Cordeiro, la spagnola María José López-Huertas, la ungherese Ágnes Hajdu Barát, la rumena Victoria Frâncu, il sudafricano Martin Van der Walt. Allo UCL, in particolare, è attiva un'importante School of Library, Archive and Information Studies, presso la quale operano le due chair del Congresso: Ia McIlwaine, attuale presidente dello UDC [Universal Decimal Classification] Consortium e dell'ISKO, e Vanda Broughton, seconda curatrice della classificazione Bliss (BC2), nonché la dottoranda di origine croata Aida Slavic, principale artefice del progetto FATKS.
Da quest'ultimo lavoro, illustrato in una relazione dalla Broughton, possiamo partire per notare una delle caratteristiche più rilevanti nell'indicizzazione semantica contemporanea: i grandi schemi di classificazione concepiti negli scorsi decenni, piuttosto che venire approfonditi o discussi nei loro dettagli tecnici, vengono oggi dati per acquisiti e dànno vita a interessanti forme di scambio e integrazione delle reciproche esperienze. FATKS, un promettente progetto di applicazione dell'analisi a faccette all'indicizzazione di arti e religione in ambiente digitale, trae dichiaratamente varie parti della propria struttura e del proprio vocabolario dalla UDC, dalla BC2 e dal Broad System of Ordering, integrandoli e aggiungendovi una propria notazione, espressiva e pertanto più adatta all'elaborazione automatica. Un altro esempio di "contaminazione" è lo studio condotto nell'ambito degli aggiornamenti della UDC per la classe di medicine alternative, presentato da Nancy Williamson: per sviluppare le tavole si è preso in considerazione il trattamento della sezione corrispondente nella BC2. Nonostante le loro strutture originarie assai diverse - e in particolare più o meno faccettate - i sistemi tendono dunque ad avvicinarsi l'uno all'altro. Lo spirito che si coglie non è di concorrenza ma di confronto aperto e cordiale, tant'è vero che all'assemblea dell'ISKO si potevano veder lavorare a stretto contatto nella massima informalità la "signora DDC" (Mitchell di OCLC) e la "signora UDC" (McIlwaine).
È naturalmente difficile riassumere i molti temi toccati in un congresso così ricco e vario; ma indizi importanti per una possibile sintesi sono stati offerti dalla panoramica di Rebecca Green nell'ultima sessione del Congresso: analizzando le pubblicazioni nel settore degli ultimi 10 anni, e confrontandole con quelle precedenti, si evidenzia che, mentre diminuiscono i lavori di taglio generale e teorico, vanno decisamente crescendo quelli più tecnici e informatici, nonché quelli dedicati a problemi locali e a questioni di traduzione. Non a caso questo congresso è stato intitolato Knowledge organization and the global information society: la globalizzazione della cultura porta all'incontro fra comunità di Paesi diversi, e quindi a un confronto non privo di difficoltà da affrontare. Un esempio lampante lo ha dato Barbara Kwasnik, che con una sua studentessa coreana ha condotto un lavoro di confronto tra la DDC internazionale e la sua versione coreana, evidenziando alcune sostanziali modifiche apportate dai curatori nazionali per adattare lo schema alla cultura locale: ad esempio sono state modificate le classi per la religione, notoriamente Western-biased nell'originale, e si è sentita la necessità di dedicare un'intera sottoclasse delle arti alla... calligrafia, alquanto trascurata dalla DDC e invece molto importante nell'istruzione dei coreani.
Tornando all'analisi della letteratura del settore, tra le pubblicazioni recenti dell'ISKO le aree di studio prevalenti sono risultate il recupero delle informazioni in rete, i materiali non librari, e il controllo e la descrizione bibliografica. Quest'ultima voce sembra indicare un ampliamento dell'originaria vocazione esclusivamente semantica dell'associazione, e risolleva la questione di che cosa si intenda esattamente per organizzazione della conoscenza.
Rimane il fatto che l'interesse principale che accomuna gli specialisti di molti settori consista nell'espressione e nell'organizzazione dei contenuti. A questo riguardo, uno dei fenomeni più evidenti è la dispersione della ricerca semantica in molti rivoli, alimentati da comunità diverse: non più solo bibliotecari e documentalisti, ma anche esperti di metadati, di linguaggi di marcatura, di linguaggi formali per l'intelligenza artificiale, di rappresentazione della conoscenza in strutture concettuali e topic map, webmaster, architetti dell'informazione, knowledge manager, sociologi e filosofi dell'informazione... L'ISKO considera lo scambio e l'arricchimento reciproco tra tutte queste specializzazioni come uno dei suoi obiettivi principali, offrendo la cornice generale dell'organizzazione della conoscenza come terreno comune di incontro. L'integrazione fra discipline finora sviluppatesi indipendentemente può sicuramente portare frutti interessanti: notevole ad esempio il contributo di Uta Priss che introduce una prospettiva semiotica nella rappresentazione formale della conoscenza.
D'altra parte, perché si arrivi a effettive sintesi tra questi mondi molto diversi occorrerà evidentemente ancora del tempo. Uno dei ponti che sarà indispensabile gettare è lo sviluppo di una terminologia comune, in modo da poterci rendere conto che quando ci occupiamo di tesauri, di ontologie, di tassonomie o di mappe concettuali stiamo spendendo le nostre energie su cose molto simili, purtroppo spesso ignorando gli uni il patrimonio di esperienza degli altri. D'altro canto, i termini usati non devono essere soltanto vuote etichette: non basta offrire alcuni canali di ricerca paralleli perché un sito web si possa dire "faceted" nello stesso senso di Ranganathan, come ha puntualizzato Kathryn La Barre, che ha seguito l'utilizzo di questo termine sul Web e nel gruppo di discussione denominato "Faceted classification", evidenziando varie incomprensioni. Molto opportuno quindi l'auspicio del giovane Joe Tennis, incaricato di tenere la relazione finale su The future of knowledge organization: a suo parere i futuri cultori del settore dovranno assumere un atteggiamento "pastorale", cioè aperto a incoraggiare apporti da tutti i settori affini, in modo da rompere gli sterili isolamenti e formare una comunità più ampia.
La sede londinese, d'altronde, non era priva di importanza per la storia
più classica dell'organizzazione della conoscenza: infatti fu proprio
allo University College London che negli anni Venti Ranganathan venne a
studiare biblioteconomia dall'India, e fu in un grande magazzino di Londra
che, osservando un gioco componibile, concepì l'idea della classificazione
a faccette. A Londra e dintorni facevano capo anche molti illustri membri
del Classification Research Group, due dei quali, gli anziani Eric Coates
e Jack Mills (quest'ultimo curatore principale della BC2), hanno onorato
il Congresso con la loro presenza. Purtroppo quelle epoche gloriose sembrano
essere abbastanza dimenticate: nessuno ha pensato ad un'occasione per ricordarle,
e ben pochi dei lavori presentati sembrano trarre i frutti delle importanti
ricerche teoriche degli anni Sessanta. Il successivo entusiasmo per l'informatica
e per Internet e gli interessi più pratici, quando non palesemente
commerciali, del lavoro contemporaneo hanno in qualche modo interrotto
una continuità. Eppure, per quanto sotterranea, la connessione tra
macchine e teoria dell'indicizzazione è ineluttabile, e potremmo
unirci a Keiichi Kawamura che al termine della sua presentazione un po'
anacronistica sull'opera di Coates, a qualcuno che gli chiedeva un'opinione
sulla sua rilevanza contemporanea, ha risposto con nipponica determinazione:
"the time will come!".