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trimestrale - ISSN
1121-0095, ISSN elettronico 1594-2201
anno 21, numero 4, ottobre-dicembre 2003 |
Fig. 1 - L’ideogramma ba in carattere Kanji |
Più volte è stata affermata la natura dinamica della conoscenza, insieme con il suo non essere suscettibile di venir proceduralizzata in forme definite, ricorsive, prevedibili e, con due parole anche troppo facili, "burocratiche" o "militari". Il fatto è che l'asimmetria informativa, che costringe a non aver mai chiari tutti gli aspetti di un problema, così come sono invece bellamente sciorinati i pezzi su una scacchiera, per esempio, obbliga a muoversi come su un terreno paludoso, o come sul ponte di una nave in tempesta, dove la tolda continuamente "manca sotto i piedi" e i grappoli semantici (e le ontologie del caso) sono approssimabili, semmai, più da una logica fuzzy che da una logica rigorosamente dualista. Ciò fa della creazione della conoscenza - e, dunque, del KM, nonostante la componente management del suo nome - un che di fluido, d'instabile, di rumoroso (nel senso di Shannon) e d'incerto, tanto che solo l'accordo-disaccordo strategico continuo fra emittente e ricevente è in grado di generare un'operatività tattica e momentanea, sempre pronta però a ricadere - per riuscirne poi, si spera, a un livello più consapevole di conoscenza - nel caos creativo che l'ha generata [1]. Di tutto ciò abbiamo accennato nell'ultima Scheggia. |
A complicare le cose, e nonostante le buone volontà degli ingegneri della conoscenza (per i quali, di solito, la tecnologia "basta da sola"), accade che questo concetto di caos creativo tenda insensibilmente ma fascinosamente a scivolare verso una dimensione ontologica, come se la sua condizione di stadio temporale irrinunciabile nel processo conoscitivo (caos dal quale, soltanto, procederebbe l'ordine che, di per sé, sarebbe invece sterile) lo facesse assurgere a vera e propria categoria formale della conoscenza, della quale sarebbe anzi uno dei fondamenti [2]. Lo Hume del post hoc - propter hoc potrebbe forse fornire una spiegazione psicologica di questo "scivolamento" nell'ontologia.
Sull'idea-guida del caos creativo come fondamento "nichilista" della conoscenza, tendono a insistere i percorsi di pensiero, diciamo così, vetero- o neo-spiritualisti, che applicano una sorta di gnosi teosofica al KM, determinando una convergenza non più solo etica, ma "spirituale", fra il governo dell'economia e quello delle coscienze. In linea con il motto massonico del trentatreesimo grado, "ordo ab chao", fino alla cosiddetta new age, senza trascurare l'ecologia sociale o movimenti religiosi come il Bahá'í e le altre tendenze di "spiritual economics" o di "corporate karma" [3], il caos assume così un ruolo da protagonista nel suo costituirsi come orizzonte tanto assoluto quanto insondabile e misterioso, serbatoio oscuro nel quale ripescare preziose parole d'ordine strategiche per l'economia.
Invece che sull'aspetto gestionale o ingegneristico della conoscenza, insomma, l'enfasi sarebbe posta sulle sue caratteristiche "animali" o psichiche, non o poco gestibili. Probabilmente, il problema del "governo" del caos creativo sarebbe risolvibile se sapessimo come dal caos procede l'ordine, oppure come il caos produce conoscenza. Può il nulla generare l'essere? E ancora: è sempre la coscienza che conosce? e quale coscienza? Sono domande cruciali di gran parte della gnoseologia [4], ma sono anche problemi che interessano il governo della società, specialmente quando del processo conoscitivo si vuol dare una soluzione che sia operabile anche attraverso la scienza dell'organizzazione, invece di lasciare le organizzazioni stesse in balia del mistero della spontaneità creativa della conoscenza.
Tutto il discorso serve a introdurre che, in questa contrapposizione, i "padri" del KM la vedono, da Giapponesi, diversamente, secondo una "terza via" che si fonda sulla dottrina buddista della realtà intesa come "vuoto", "nulla", e senza il ricorso a quella sostanza nascosta e piena d' "essere" che pare stia lì solo per impedire il movimento e la trasformazione, e quindi incapace di farci cogliere armonie e interdipendenze più generali [5]. Scientismo e nichilismo non sarebbero, allora, che due esiti, apparentemente differenti, di una medesima visione meccanicistica del mondo, nella quale, con il mito del supposto dominio dell'uomo sulla natura, il senso generale dell'esistenza andrebbe a perdere di significato. Ciò che più ci interessa, non volendo né potendo qui disquisire di differenti concezioni del mondo, è il fatto che questa sorta di buddismo economico pare in grado di fornire un contributo operativo al problema della gestione sociale della conoscenza, e tutto riesca a riportare alla razionalità imprenditoriale e, quel che più conta, alla creatività delle comunità strategiche di conoscenza che rappresentano la risposta giapponese all'approccio nordamericano al KM, maggiormente orientato alla tecnologia dell'informazione. Il fatto è che il tema dell'origine, del fondamento e del funzionamento del processo conoscitivo non può non toccare il cuore stesso del KM.
Questa "terza via" è fondata proprio sul concetto di ba. La storia del ba comincia con Kitaro Nishida. Il ba (elaborato nel 1911 per altri fini [6]) è adattato per primi da Nonaka e Konno [7] alle esigenze del KM. Il concetto di ba non è di agevole comprensione in Occidente, in quanto la nostra cultura è incentrata sulla nozione di essere necessario, sul principio di non contraddizione e sul dualismo platonico-cristiano. Dobbiamo perciò muoverci trasversalmente, "di bolina", per avvicinarci il più possibile a una logica non binaria e neurologicamente basata sull'attività della parte destra del cervello. Così, invece di snocciolare teorie cognitive, è preferibile presentare esempi di comportamento: ci faremo perciò inizialmente aiutare da due brevi saggi di Pierre-Marie Fayard, elaborati per un progetto di ricerca franco-nipponico sul KM [8], e che possono servirci come preventiva introduzione alla fenomenologia di alcuni aspetti della mentalità giapponese.
Spiega Fayard che l'abitudine ai terremoti, agli tsunami, alla scarsità di spazio e alla difficoltà di collegamento tra le 528 isole che lo compongono, avrebbe sviluppato nei Giapponesi una spiccata sensibilità per le situazioni estreme, per fronteggiare le quali il ragionamento posato, lineare e causale risulta inadatto. Ciò avrebbe stimolato particolare attenzione ai cosiddetti "segnali deboli" che, nella teoria dell'informazione, sono costituiti da quei dati che si pongono fra il rumore e l'informazione: la velocità nello stabilire se il segnale debole rifluirà verso il rumore o se si evolverà verso l'informazione ha valenza strategica anche in economia, ed è oggetto di metodi particolari per il suo rilevamento. Così come sono "deboli" i segnali rappresentati dai movimenti delle carpe dorate negli stagni che dànno indizio dell'approssimarsi di un terremoto, nella medesima direzione le imprese giapponesi educano e affinano la loro sensibilità organizzativa affinché «lo spazio d'un capello non s'interponga fra il rilevamento di una minaccia o di un'opportunità, da una parte, e l'intrapresa dell'azione adeguata, dall'altra». Si tratta della medesima rapidità che impone al samurai in combattimento di non pensare, pena la sconfitta, ma di reagire istantaneamente ai segnali deboli che percepisce nell'avversario e di agire immediatamente di conseguenza: il do (via) del budo (via del guerriero), che sembra essere emblema di comportamento delle imprese giapponesi, esige il prestare particolare attenzione alle difficoltà, agli ostacoli, alle negatività, ai malfunzionamenti, che non vanno negati né nascosti ma anzi utilizzati come scuola di perfezionamento. È lo stesso Nonaka a ispirarsi al concetto di kata [9] per elaborare la tecnica della "routine creativa", come pratica da adottare nel perfezionamento delle risposte strategiche da parte dell'impresa di fronte alle difficoltà.
Altro concetto importante nella visione giapponese è quello di armonia che conduce alla perfezione. Sun Tzu [10] sostiene che in combattimento soccombe chi non è in armonia con il proprio ambiente, non sa leggerne le condizioni e non ne ha saputo trarre le conseguenze. L'armonia si realizza quando la volontà dell'individuo non pone ostacoli al lavoro della natura, né alcuna viscosità della persona si frappone a rallentare l'armonia naturale. Paradossalmente, l'armonia "naturale" si consegue solo attraverso un lungo lavoro di preparazione (ne sanno qualcosa i maestri artigiani che, in Giappone, acquisiscono lo stato di "tesoro vivente", con determinati privilegi riconosciuti loro da parte del corrispondente del nostro Ministero dei beni culturali), cosicché al massimo dell'artificio corrisponde il massimo di naturalità. Il maestro Awaza [11], sosteneva di non essere lui a tendere l'arco e a scoccare la freccia: la natura "tirava" attraverso di lui, che si faceva "semplice" veicolo dell'espressione di questa forza. Traslato nel nostro dominio, tutto il discorso significa che il mercato rappresenta, per l'impresa, ciò che la natura rappresenta per il maestro dell'arte: si tratta di conoscerne in profondità le condizioni di manifestazione per adeguarvisi, e prevenirle, immediatamente (come il nostro samurai in combattimento) e con la medesima velocità dei mutamenti del mercato stesso.
Ci avviciniamo al concetto di ba ricordando che nella cultura giapponese il tempo è preminente sullo spazio, e che è la precisione dell'adesione ai micro ritmi della natura a consentire la realizzazione del concetto di "iniziativa nell'iniziativa" (sen no sen) [12], una particolare perspicacia che dà all'attore, individuale o collettivo, la capacità di percepire le condizioni ambientali per porre la propria azione in uno "spazio futuro" ancora non occupato dalla concorrenza. Il sen no sen si basa su una combinazione di predizione, intuizione, riflessione e movimento associati a una determinazione assoluta nel perseguire il risultato. È però un'attività di tipo locale e tattico che non perverrebbe al risultato senza l'orientamento, tacito e implicito, di una visione strategica d'insieme, perché la conquista e il mantenimento dell'armonia sono in funzione del cambiamento della situazione.
Di qui, la necessità dell'esercizio continuo per mantenere armonia nel movimento, esercizio che consiste nel focalizzarsi sugli spazi relazionali che stanno tra i fatti, come sullo spazio vuoto che "misura" le abilità di due combattenti. Ciò spiega anche quella particolarità della comunicazione (anche nostra, nella necessità di padroneggiare le norme e i codici e di adeguarsi al contesto, ma che nella cultura giapponese assurge quasi a seconda natura) che si alimenta dei segnali deboli ricavati dall'ambiente e dalle circostanze per saper interpretare la correttezza del proprio ruolo, anche sociale: linguaggi, grammatiche e vocaboli diversi a seconda dell'interlocutore. Spiega anche la preminenza del vuoto sul pieno nell'arte tradizionale giapponese.
Ne risulta, in linea con gli approdi del nostro mondo contemporaneo, una concezione dell'informazione come azione, per cui il trattamento delle basi di dati acquisisce senso non in se stesso, ma solo se orientato a una determinata conoscenza: così, tutta l'informazione è intenzionale e deve servire per l'azione [13]. Poiché il valore dell'informazione è proporzionale alla sua circolazione, è la comunicazione a far vivere l'informazione. Il vuoto è, allora, yin, potenziale in divenire, spazio-tempo in tensione tra gli esseri, mentre è yang ciò che si manifesta e che perisce al termine del ciclo di sua spettanza.
Proseguendo le analogie, è yang, dice Nonaka, l'informazione verificata, codificata, materializzata e immagazzinata nelle basi di dati; informazione che, in quanto manifestata, perde di valore non appena viene "consumata" perdendo per ciò stesso anche tutte le sue proprietà strategiche. Il valore strategico dell'informazione risiede, viceversa, nello yin che si manifesta nelle Intranet aziendali, l'architettura delle quali è tanto più strategica quanto più sa "mettere in tensione" i suoi dispositivi, gli spazi relazionali propizi alla manifestazione degli eventi futuri. L'"orizzontalizzazione" dell'impresa, conseguente all'attivazione corretta della sua Intranet, moltiplica, di fatto, le occasioni d'incontro e di scambio di conoscenza. Pare tuttavia ovvio, rileva Nonaka, che il gioco tacito-esplicito, yin-yang, debba mantenersi in equilibrio nelle proporzioni "canoniche" del rapporto percentuale di 70-30, in quanto un eccesso di esplicito (yang) porterebbe in breve tempo al disseccamento delle fonti, mentre lavorare solo sull'implicito (yin) costringerebbe al blocco della produzione, «come se si pretendesse di ottenere l'accrescimento senza far forza sulle radici».
Riporta Fayard che, nel corso di una conversazione, Noboru Konno assimilò il ba, nella sua armonia trasformazionale di tacito-esplicito, al rapporto fra Holmes e Watson, nel quale l'insieme dei due personaggi costituiva una vera e propria comunità strategica di conoscenza (ba): laddove il primo sapeva percepire i segnali deboli, il secondo procedeva con logica deduttiva; le conoscenze di Watson costituivano la base yang sulla quale lo yin del pensiero laterale [14] di Holmes esercitava la propria creatività conoscitiva. Altro esempio è stato quello dell'intima armonia che faceva sì che Dersu Uzala, personaggio del noto film di Kurosawa, facesse corpo unico (ba) con la foresta siberiana.
Possiamo forse ora meglio raffigurarci questo nostro ba, il cui ideogramma della figura 1 ne mostra la composizione in una parte di destra, che significa "ciò che rende possibile" e rinvia al concetto yin-yang (la trasformazione permanente), e in una di sinistra, assimilabile alla terra, all'acqua bollente o a tutto ciò che si solleva o è sollevabile: un potenziale contro un motore, o ciò che imprime una direzione. Nella concezione di Kitaro Nishida, il ba è lo spazio nel quale soggetto e oggetto esistono contemporaneamente come aspetti relazionali di una medesima realtà de-sostanzializzata, e nel quale si realizza la conoscenza sotto forma di "esperienza pura" [15]. Per il nostro tema, il ba è assimilabile al luogo di spazio-tempo dove gli individui (il potenziale), che si auto-coinvolgono (il motore) tra di loro, sperimentano (nel senso, citato, di Chalmers e di Varela) un'evoluzione qualitativa.
Su un piano collettivo e organizzato, al ba corrisponde il basho (grande ba), luogo degli incontri realizzabili, per esempio in una Intranet, per lo scambio di conoscenze tra strutture di un'organizzazione. In questa prospettiva, nota Fayard, un ba si manifesta come livello di coscienza collettiva in sviluppo, mediante interazioni interne a un gruppo e attraverso gli strumenti comunicativi del caso. Nonaka specifica ulteriormente il concetto illustrandone il contesto organizzativo, che può essere fisico (come un ufficio o il complesso degli uffici in spazio-aperto), virtuale (come la posta elettronica o la tele-conferenza) o mentale (come le esperienze condivise o le idee o gli ideali): ciò che distingue il ba dalle interazioni umane ordinarie è, comunque, il concetto di creazione di conoscenza, per cui è a partire da questa piattaforma (il ba stesso) che una prospettiva trascendentale unificante può integrare tutte le informazioni necessarie per un determinato risultato.
In effetti, nel ba l'individuo tende a scomparire a vantaggio di un'entità collettiva: è essa che conosce, grazie all'esperienza "estatica" del nulla comune ("fare il vuoto" significa "lasciar libero" lo spazio fra noi e le cose), e questa conoscenza (tacita) viene poi riportata ai singoli esseri "separati" che la rendono esplicita a sé e agli altri. (L'egoismo, ammonisce Nietzsche, ancor prima di essere una "colpa" morale, è un errore gnoseologico) [16].
Il concetto è semplice ma sottile. Richiamandoci a quanto detto sulla dottrina buddista della vacuità che consente, nell'interazione soggetto-oggetto, la realizzazione di una coscienza (e quindi di una conoscenza) di livello e qualità superiori, il ba può essere visto, dice Nonaka, come il riconoscimento di se stessi come parte del tutto (the recognition of the self in all) e il luogo nel quale l'individuo si realizza in quanto parte di un ambiente nel quale è inserito e dal quale dipende (e basta osservare, notiamo, l'evoluzione degli stormi nel cielo per averne un'idea). In quanto tale, il ba è un contesto portatore di significato (a context that harbors meaning), una semantica alla quale è favorevole la gestione dinamica degli spazi vuoti tra le cose e tra le persone (i segnali deboli), così come delle tensioni creative e delle relazioni inter-personali.
Tanto è la conoscenza embedded nel ba, prosegue Nonaka, che se la conoscenza viene separata dal ba, essa si trasforma in informazione che può, allora, essere comunicata indipendentemente dal ba; l'informazione, infatti, risiede nei media e nelle reti ed è tangibile, mentre la conoscenza risiede nel ba ed è intangibile: è precisamente quanto sosteneva il Drucker citato. E ancora: utilizzando risorse tangibili, è necessario distribuirle con efficienza a seconda delle funzioni e degli scopi, mentre la conoscenza è intangibile, sconfinata (boundaryless) e dinamica e, qualora non venga utilizzata esattamente quando e dove serve, perde tutto il suo valore (impiego "saggio" della conoscenza).
Il ba, infatti, comporta una notevole componente tacita quando vengono condivise emozioni, esperienze, sentimenti e immagini mentali, alle quali tutte fornisce un contesto, uno spazio esistenziale per la socializzazione (come tra individui o in gruppi di lavoro, squadre di progetto, circoli informali, incontri temporanei, gruppi di e-mail, contatti di front-line con i clienti/utenti, ecc.), nel senso che rappresenta un luogo nel quale l'individuo trascende se stesso in un'individualità collettiva, un'entità fantasmatica, un egregor che vive di vita propria. Tutt'altra cosa, quindi, di un atteggiamento puramente speculativo o intellettuale, dove il soggetto è chiuso nella propria rigidità oppositiva al mondo (come, solo per farsene un'idea, nelle riunioni di condominio...).
Nonaka e Konno [17] applicano il concetto del ba, ovviamente, alla famosa sequenza SECI (Socialization, Externalization, Combination, Internalization) elaborata da Nonaka per formalizzare il processo di auto-trascendenza continua e ciclica (in realtà, spiraliforme) della conoscenza. In particolare, vengono riconosciuti quattro tipi di ba, uno ciascuno per i quattro stati del processo e tale che ciascuno supporta una particolare modalità di conversione (figura 2).
Fig. 2 - Nonaka, Konno, 1998, The four characteristics
of ba
Si tratta "solo" di organizzarle e farle vivere e svilupparsi. Infatti, fin qui è tutta teoria. Quali ne sono le applicazioni aziendali? Gli esempi riportati in letteratura insistono tutti sulla creazione, più o meno spontanea da parte degli individui o più o meno indotta (a volte anche forzata) dalle organizzazioni, affinché l'individualità de-personalizzata di ciascuno entri in un "grande gioco" (la comunità strategica di conoscenza, appunto) di risonanze interattive capaci di creare suggestioni collettive che permettano quell'armonia ecologica nella quale si ha istantanea creazione di nuova conoscenza. Vediamone in estrema sintesi solo qualcuna (alle applicazioni del ba dedicheremo una prossima Scheggia):
La teoria filosofica del ba e la sua applicazione economica per un approccio soddisfacente all'assetto attuale del mercato, stanno ricevendo attenzione crescente, e non solo in Giappone. Scrive Varela richiamandosi, altrove nel passo citato, al pragmatismo di William James, alla fenomenologia di Husserl, all'esistenzialismo e alla Scuola di Kyoto, alla ricerca di una "scienza dell'esperienza":
«Abbiamo bisogno di andare ad esaminare, oltre il fantasma della soggettività, le possibilità concrete di un'indagine rigorosa dell'esperienza che è davvero alla base dell'ispirazione fenomenologica. Mi ripeto: il progetto di fondamento della fenomenologia è costituito dalla riscoperta del primato dell'esperienza umana e dalla sua qualità diretta, vissuta. [...] Una delle caratteristiche principali dell'atteggiamento fenomenologico consiste nel cercare di non opporre il soggettivo all'oggettivo, ma di superare la loro dicotomia in nome della loro correlazione fondamentale. [...] La conoscenza è inestricabilmente collegata a ciò che va al di là di se stessa (in termini husserliani è "trascendentale"). La coscienza non è cioè una sorta di evento interno e privato, [...] nel senso di un soggetto isolato che viene paracadutato in un mondo oggettivo predeterminato, [...] per cui la mia coscienza è inestricabilmente legata a quella degli altri e al mondo fenomenico in un coacervo empatico».Questo coacervo è il ba.
* Grazie per l'immagine (fig. 1) del carattere kanji del concetto di ba a Cristiano Martorella, autore della tesi Il concetto giapponese di economia dal punto di vista epistemologico, discussa all'Università di Genova nell'anno accademico 1999-2000, Facoltà di lettere e filosofia, e della quale sono disponibili, sul sito www.nipponico.com, cinque dei sette capitoli e la bibliografia. Grazie anche a Paola Pittoni e ad Albertina e Lisa Reggiani, per aver discusso le bozze dell'articolo.
1. Non è un caso se l'IBM ha recentemente ribattezzato complexity management ciò che aveva contribuito a chiamare knowledge management, forte del fatto che la conoscenza - e la sua creazione, e il suo governo - si presenti come un fenomeno ben più complesso dell'informazione, proprio perché la componente umana vi gioca un ruolo assai più essenziale. Lo stesso Laurence Prusack ha "confidato" che la conoscenza, in ultima analisi (cioè nelle sue componenti creative, implicite e tacite), non è governabile: «knowledge cannot be managed», che fa il pari con l'affermazione di Peter Drucker: «What is in books is information; what is in the database is data. Knowledge exists only between two ears». Non resta, allora, che chiedersi: che cosa c'è fra due orecchie?
2. Ulteriore complicazione proviene dal fatto che nella nostra cultura il concetto di caos possiede due diversi significati: caos come "abisso spalancato", "vuoto", secondo l'interpretazione di Esiodo, e caos come "mescolanza", "confusione", "disordine", e quindi materia bruta increata sulla quale interviene il logos ordinatore. Dalle due concezioni discendono gnoseologie e quindi visioni del mondo differenti. Per una trattazione sintetica dell'opposizione "caos/cosmo", si veda l'omonima voce dell'Enciclopedia Einaudi, v. 2, p. 572-588.
3. L'ecologia sociale di Rudolf Steiner e di Bernhard Liverhood è il modello ispiratore, per esempio, delle attività della Ankerhus, società di consulenza che ha introdotto il KM nella State & University Library di Aarhus, Danimarca: Marjatta Maula, Knowledge, knowing and changing in a library, MPP [Department of Management, Politics and Philosophy] working paper n. 8 (June) 2000 www.cbs.dk/departments/mpp/diverse/wp82000.PDF. Lo European Bahá'í Business Forum www.ebbf.org, pur non essendo un'istituzione propria della religione Bahá'í (www.bahai.com e www.bahai.org e, in Italia, www.bahai.it), è tuttavia da questa direttamente ispirato, con la missione di promuovere «ethical values, personal virtues, and moral leadership in business as well as in organizations of social change»: non stupisca l'ispirazione business - seppur spiritually - oriented del Bahá'í: anche la dottrina sociale della Chiesa ha teorizzato - e ancor più oggi, quando la bilancia delle forze tracolla dal lato del solo capitalismo - l'impegno etico nell'economia. Managing with the wisdom of love di Dorothy Marcic esplora i positivi mutamenti delle condizioni di lavoro quando l'azienda adotta valori etici e spirituali, secondo un sincretismo religioso quasi teosofico www.marcic.com/books.htm. Catalina Margulis presenta una breve rassegna sulla Corporate spirituality in www.youroffice.ca/full_arts.asp?DocumentID=1735.
4. All'osservazione, per esempio, di David Chalmers, secondo il quale «il problema più difficile della conoscenza è il problema dell'esperienza», augurandosi che vi sia aggiunto «qualche elemento in più» per colmare, nell'analisi teorica, il divario fra cognizione ed esperienza (The conscious mind. In search of a fundamental theory. New York : Oxford University Press, 1996), Francisco J. Varela oppone che «l'esperienza vissuta è irriducibile a qualsiasi altra cosa» e che non di investigazioni filosofiche c'è bisogno quanto, piuttosto, di potenziare le ricerche neurofenomenologiche (La complessità del sé. Una soluzione metodologica al "problema difficile". Neurofenomenologia www.oikos.org/varelaneurofenomenologia.htm). La posizione non è lontana dagli assunti della Scuola di Kyoto e del buddismo zen, circa il primato dell'esperienza e della sua «qualità diretta, vissuta».
5. Come primo orientamento sul concetto zen di "nulla" (sunya, "il vuoto"; sunyata, "la vacuità") in quanto suscettibile di contribuire al superamento del nichilismo, e sulla sua diversità dal nihilum della tradizione dell'Occidente cristiano (concetto che, sostanzializzato al pari dell' "essere" della tradizione greca, irrigidirebbe il rapporto soggetto-oggetto, con le conseguenze "cartesiane" già viste nella Scheggia precedente), possono essere utili il capitolo "Lo zen è nichilista?" di Daisetz Teitaro Suzuki, nel suo Introduzione al buddismo zen. Roma : Astrolabio-Ubaldini Editore, 1970, p. 51-60 e, su web, tre brevi saggi di Keiji Nishitani, elaborati negli anni '60 sotto la duplice influenza del pensiero di Heidegger e della Scuola di Kyoto, raccolti e introdotti da Carlo Saviani in Nichilismo e vacuità del sé, con la bibliografia essenziale del caso e con una cronologia della vita e delle opere di Nishitani www.ilmondodisofia.it/articoli/09articoli.htm. Presenta corrispondenze fra i pensieri d'Oriente e d'Occidente, da Eraclito a Heidegger passando per Silesio, Spinoza e Nietzsche, Giangiorgio Pasqualotto, Il tao della filosofia. Parma : Pratiche, 1989 (2. ed. Milano : Il Saggiatore, 1997; ultima rist. Venezia : Marsilio, 2002). Due spunti sul tema del "nulla" dal punto di vista della filosofia occidentale: Federico Vercellone, Introduzione al nichilismo. Roma-Bari : Laterza, 1992 e Karl Löwith, Il nichilismo europeo. [Trad. it.] Roma-Bari : Laterza, 1999, con introduzione e cura di Carlo Galli (l'opera fu scritta negli anni '40 durante - si noti - l'esilio in Giappone), della quale sono su web alcune recensioni: di Franco Volpi, Occidente terra del nulla, lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/990331.htm, di Nestore Pirillo, Quanto è lontano il nichilismo? Löwith e il nichilismo nella cultura europea del Novecento www.unitn.it/unitn/numero15/nichilismo.html, nonché di Giuseppe Tortora, Le filosofie contemporanee, cap. 14, § 7: Karl Löwith e il nichilismo europeo www.filosofia.unina.it/tortora/sdf/Quattordicesimo/XIV.7.html.
6. Kitaro Nishida fondò negli anni '20 la Scuola di Kyoto, dove si studiavano accostamenti inediti fra buddismo zen e filosofia occidentale, non tanto per un impossibile sincretismo a nostro uso e consumo (secondo la moda oggi corrente), quanto per consentire ai Giapponesi di convivere e anzi prosperare con alcune topiche del pensiero occidentale. Tipico della Scuola è l'elaborazione, sulla scia di Heidegger e di mastro Eckart, del concetto di "esperienza pura" come esperienza conoscitiva che si attua nell'unità di coscienza ed evento, nel momento che precede la discriminazione fra soggetto e oggetto, e che consente di sperimentare la realtà del "nulla assoluto", il medesimo concetto di ciò che il buddismo chiama sunyata. È in Zen no kenkyu, 1911 (prima trad. ing. A study of good, 1960, poi ritradotto come An inquiry into the good. Cambridge, MA : Yale University Press, 1990) che Nishida introduce il concetto di ba. Di Nishida in italiano: L'io e il tu, a cura di Renato Andolfato, Padova : Unipress, 1996 e Il corpo e la conoscenza. L'intuizione attiva e l'eredità di Cartesio, a cura di Matteo Cestari. Venezia : Cafoscarina, 2001. Sulla Scuola di Kyoto in italiano: Giancarlo Vianello, Matteo Cestari, Kenjiro Yoshioka, La scuola di Kyoto. Kyoto-ha. Soveria Mannelli : Rubbettino, 1996 e, su web www.maitreya.it/menurivista/dharma7/scuolakyoto.htm, Giancarlo Vianello che, introducendo un dossier pubblicato per "Dharma" n. 7/2000, La prospettiva della vacuità: la scuola di Kyoto, evidenzia come la Scuola si presenti come punto d'approdo della tradizione buddhista. Gli altri articoli del dossier non sono disponibili online. Su alcuni aspetti dell'opera di Nishida, su web: G. S. Axtell, Comparatrive dialectics : Nishida Kitaro's logic, "Philosophy east and west", 41 (1991), 2 (April), p. 163-184 sino-sv3.sino.uni-heidelberg.de/FULLTEXT/JR-ADM/axtell1.htm e David Putney, Identity and the unity of experience: a critique of Nishida's theory of self, "Asian philosophy", 1 (1991), 2, p. 141-161 sino-sv3.sino.uni-heidelberg.de/FULLTEXT/JR-ADM/putney.htm. Infine, sulle discusse compromissioni della Scuola di Kyoto con il Fascismo e con il Nazismo, nel quadro dell'imperialismo giapponese: Graham Parkes, The putative fascism of the Kyoto School and the political correctness of the modern academy, "Philosophy east and west", 47 (1997), 3, p. 305-306 sino-sv3.sino.uni-heidelberg.de/FULLTEXT/JR-PHIL/graham.htm (ma l'articolo online è monco nel titolo).
7. Hiroshi Shimizu (biochimico, poi fondatore del Ba Research Institute a Tokyo) in Ba-principle: new logic for the real-time emergence of information, "Holonics", v. 5 (1995) n.1, p. 67-79 fu primo, informano Nonaka e Konno, a sviluppare verso la teoria dell'informazione il concetto di ba così come originariamente creato da Kitaro Nishida. Successivamente, Ikujiro Nonaka e Noboru Konno, in The concept of "ba": building a foundation for knowledge creation, "California management review", v. 40, n. 3 (Spring 1998), ne estesero l'àmbito alla scienza dell'organizzazione www.business.utah.edu/~actme/7410/Nonaka%201998.pdf. Da allora, gli studi sul tema si sono moltiplicati. Due recenti articoli giapponesi su web: Emiko Tsuyuki, Collective creativity based on "ba" theory, febbraio 2002, ritrovabile con un po' di fatica sul sito www.stratego.tv, che fornisce una rassegna della letteratura sul tema, e Nomura Takahiko, Design of "ba" for successful knowledge management. How enterprises should design the places of interaction to gain competitive advantage, "Journal of network and computer applications", v. 25 (2002), n. 4, p. 263-278 doi:10.1006/jnca.2002.01.39 che propone, a partire da analisi di benchmarking tra imprese che utilizzano il ba, una guida pratica e operativa per la progettazione strategica di processi di ba, che tenga conto delle esigenze delle imprese oltre che di quelle dei lavoratori.
8. Culture stratégique et technologie de l'interaction. La voie japonaise de la création du savoir argon.u-strasbg.fr/Applicatifs/actujapon/_Depot/Rapport%20Fayard.pdf e, con un ringraziamento a Roberta Valente che ce lo ha segnalato: Le concept de "Ba" dans la voie japonaise de la création du savoirwww.be.adit.fr/japon/rapports/SMM03_046. Entrambi i documenti sono pubblicati dall'Ambasciata di Francia a Tokyo, nel quadro del progetto Les chemins du savoir dans l'entreprise japonaise. 2000-2003. Sul tema, altre opere di Fayard e collaboratori sono consultabili sul sito www.stratego.tv.
9. I kata sono contemporaneamente un insieme di tecniche, un metodo di studio e una forma di allenamento codificati per trasmettere, di generazione in generazione, la tecnica, lo spirito e gli scopi di certe arti, per lo più marziali.
10. Sun-tzu (o Sunzi), L'arte della guerra. Napoli : Guida, 1998. www.clas.ufl.edu/users/gthursby/taoism/suntzu.htm riporta una tra le centinaia di home page delle molte traduzioni e delle applicazioni contemporanee di questo testo del V sec. a. C.
11. Maestro di kyudo (tiro con l'arco) ai cui insegnamenti Eugen Herrigel si ispirò per pubblicare nel 1948 Lo zen e il tiro con l'arco. Milano : Adelphi, 1994.
12. Fayard richiama giustamente la strategia dell'attacco a Pearl Harbor: attaccare un istante prima del momento in cui gli USA stavano per dichiarare guerra al Giappone avrebbe conferito all'Asse un margine di manovra strategicamente incalcolabile (anche se i risultati, poi, furono inferiori alle aspettative). Dopo l'11 settembre 2001, lo stesso George W. Bush sembra aver sposato la medesima strategia, recentemente riaffermata nel suo discorso a Fort Campbell (Kentucky) ai reduci dall'Iraq, con la "dottrina" dell'intrapresa di azioni militari per affrontare le minacce prima che queste si materializzino compiutamente. Riportato dal "Los Angeles Times" del 18 marzo 2004: «Bush defends anew the Iraq war and his doctrine of taking military action to "confront threats before they fully materialize"» <www.latimes.com>.
13. La scienza cognitiva perviene, con un lungo percorso che parte dal comportamentismo per giungere all'intelligenza artificiale, ai medesimi risultati, tanto che le sue applicazioni pedagogiche costituiscono la matrice teorica dell'e-learning (come, del resto, di tutta la formazione). All'avanguardia ne è oggi l'Institute for Research on Learning creato dalla Xerox presso il suo Palo Alto Research Center in California, che sperimenta tecniche comunicative basate sul cambiamento.
14. Sul pensiero laterale o creativo non c'è molto da segnalare (il web abbonda di siti sul tema), se non il classico Il pensiero laterale di Edward De Bono, Milano : Rizzoli, 1995 e del medesimo, per amministratori, Lateral thinking for management. A handbook. London : Penguin books, 1990.
15. In Occidente, si deve a Jean-Paul Sartre una concezione della conoscenza che parrebbe del tutto efficace anche per una teoria generale della magia. In L'imagination, 1936 e in Esquisse d'une théorie phénoménologique des émotions, 1939 (saggi raccolti da A. Bonomi in L'immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni. Milano : Bompiani, 1962), Sartre teorizza immaginazione ed emozione come tipi organizzati di coscienza, con piena validità già nell'atto fenomenologico che avviene nella fase originaria di coincidenza fra soggetto e oggetto, per atto libero della coscienza "pre-riflessiva" di negare il mondo circostante, e prima dell'avvento di quella scissione fra i due che genera, poi, la coscienza "discorsiva". Curiosamente, sembra si tratti del medesimo auspicio invocato da Federico García Lorca (Tutto il teatro. Milano : Mondadori, 1958) nel dramma Aspettiamo cinque anni, quando propone l'atto del «ricordare prima» (prima, cioè, dell'intervento della coscienza "estesa") per, appunto, una sintesi "magica" tra soggetto e oggetto capace di introdurre alla conoscenza "vera" (e dunque operativa, come nel caso della magia) di sé e del cosmo. È interessante scoprire che nel 1928 Sartre tenne stretti rapporti con Kuki Suzo il quale, pare, introdusse il francese - più di quanto facesse Raymond Aron, come invece informava Simone de Beauvoir - al pensiero di Husserl e Heidegger e, quindi, alla Scuola di Kyoto: è ciò che sostiene Brian D. Elwood, The problem of the self in the later Nishida and in Sartre, "Philosophy east and west", v. 44 (1994), n. 2 (April), p. 303-316 sino-sv3.sino.uni-heidelberg.de/FULLTEXT/JR-PHIL/brian1.htm (nel cui titolo online, però, il nome Sartre diventa, per errore del copista, Sarire). Connessioni Sartre-Zen sono evidenziate, nota Elwood, anche da William Bossart, Sartre's theory of consciousness and the zen doctrine of no-mind, in The life of the trascendental ego, a cura di Edward S. Casey e Donald V. Morano, State University of New York Press, 1986.
16. Ciò corrisponde a quell'atteggiamento
"amoroso" verso le cose del quale parla Nietsche in diversi punti della
sua opera: in particolare, quando afferma la necessità di lasciar
libero il passaggio che sta fra noi e le cose e che corrisponde a quello
sbarazzarsi di ogni mediazione, a quel "fare il vuoto" che è proprio
del concetto di ba: è nel "nulla" che il ba esercita
la sua funzione. Secondo Pasqualotto, cit., Nietsche sembra
quasi reinventare, a partire dalle sue conoscenze di buddismo, la gnoseologia
Zen
pur senza averla potuta apprendere: le prime traduzioni di opere
Zen
in una lingua occidentale furono fatte solo dopo la prima guerra mondiale,
né Nietsche poteva conoscere saggi di studiosi europei sull'argomento.
Sul tema dell'egoismo come sarebbe percepito dai Giapponesi,
è chiarificatrice questa riflessione di Fosco Maraini (Ore giapponesi.
Milano : Corbaccio, 2000, p. 121), a proposito della loro preferenza per
i viaggi in treno rispetto a quelli in automobile, caratterizzati da un
maggior grado di autonomia d'iniziativa - ma la riflessione, scritta per
la prima edizione dell'opera del 1957, non è oggi, avverte l'Autore
stesso, più così valida: «La parola stessa per "individuale",
"privato", kojin-no, con tutti i vari derivati, può facilmente
acquistare il valore poco gradevole di "egoistico". Mentre per l'occidentale
indipendenza significa libertà, per il giapponese significa mancanza
di sostegno». Semplicistico, ma utile nel delineare la differenza.
17. Ikujiro Nonaka, Patrick Reinmoeller e Dai Senoo tentano, in The 'ART' of Knowledge: Systems to Capitalize on Market Knowledge, "European Management Journal", v. 16 (1998), n. 6 (December), p. 673-684, una formalizzazione del processo di conversione di conoscenza al di là del suo dispiegamento, finora esclusivo, in situazioni di tecnologia dell'informazione (IT) e quindi, necessariamente, solo per la conoscenza tacita, mediante il ricorso al modello ART (Action, Reflection, Trigger), che dovrebbe invece consentire l'estensione del trattamento in IT anche della conoscenza tacita ai fini del modello SECI.
18. Il termine entrainment descrive l'interazione e la conseguente sincronizzazione fra due o più processi ritmici. Il fenomeno fu identificato nel 1655 dal fisico Christian Huygens. Esso richiede la compresenza di (a) due o più processi ritmici o oscillatori e (b) la loro interazione. Ne risulta un comportamento sincronizzato come, per esempio, succede nel corso dell'improvvisazione musicale (Nonaka: «Knowledge has to be given and taken. Knowledge is soul, and impromptu necessary, like jamming of Jazz play»; da parte nostra, ricordiamo che It don't mean a thing if you ain't got that swing, è il titolo esemplare di un famoso brano di Duke Ellington; il tutto pare molto lontano dalla direzione centralizzata e apparentemente dittatoriale di un'orchestra sinfonica) o nel caso della sincronia spontanea dei cicli mestruali individuali entro comunità femminili o, ancora, nel caso dell'unisono della ripetizione interiore delle parole sacre nelle pratiche esicastiche dei monaci di Monte Athos: in tutti questi esempi viene, in effetti, a instaurarsi una vera e propria realtà sociale di originating ba. Il concetto di entrainment fu anche impiegato da William S. Condon (An analysis of behavioral organization, "Sign Language Studies" v. 13 (1976), p. 285-318) per applicazioni psico-linguistiche nelle scienze sociali, allo scopo di enucleare le strutture ritmiche nel linguaggio e nei movimenti del corpo. Ai musicisti eventualmente interessati segnalo il recente (2003) lavoro di Martin Clayton, Rebecca Sager e Udo Will, In time with the music: the concept of entrainment and its significance for ethnomusicology perso.wanadoo.fr/esem/ECP_WEB/Articles/Vol.1/ITWTM.htm.
19. La terza funzione è l'unica, nella formulazione originaria, a non venir definita da Nonaka e Konno con un gerundio transitivo, forse perché corrispondente a una realtà statica e non innovativa, tipica dell'IT "all'occidentale", caratterizzata più da circolazione e condivisione di informazione che non di conoscenza. In effetti e per molti versi, conoscenza esplicita e informazione (sempre esplicita) possono coincidere o, almeno, confondersi.
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Le schegge precedenti, disponibili sul sito istituzionale
www.aidainformazioni.it/pub,
su quello di DoIS dois.mimas.ac.uk/DoIS/data/aidaidinf.html
nonché su quello di E-LIS eprints.rclis.org,
sono state pubblicate sui seguenti fascicoli di "AIDAinformazioni":
KM-appunti. 1: Knowledge vs Information - 2000, n. 1
KM-appunti. 2: Ontologie - 2000, n. 2
KM-appunti. 3: DBMS vs KBMS - 2000, n. 3-4
KM-appunti. 4: Anti-terrorism KM task force - 2001, n. 4
KM-appunti. 5: KM e "nuova logica" - 2002, n. 2-3