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Anno 44 – N. 1-2 – gennaio-giugno 2026
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RIVISTA SEMESTRALE DI SCIENZE DELL’INFORMAZIONE
NUMERO 12
ANNO 44
GENNAIOGIUGNO 2026
cacucci
editore
bari
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N. 1-2 – gennaio-giugno 2026
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Sommario
Contributi
M B, Il termine handicap nei discorsi istituzionali
francesi: categorizzazione e inclusione scolastica tra diritto e scuola 9
M C, Médiatisations post-coloniales : Équipement
info-documentaire du palais-monument de la Porte Dorée 29
M A L, Les archives audiovisuelles à l’ère de
l’intelligence artificielle : vers des archives intelligentes? 55
A M M, Oltre gli standard. Costruire, gestire e raccon-
tare un progetto digitale 85
G S, E N D, Rappresentazione
della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale: evidenze
dall’archivio storico del manicomio di Girifalco 109
Rubriche
R G, Note in margine a Stefano Moscadelli, a cura di.
2025. L’ Archivio di Mario Bracci. Introduzione ed Inventario. Ministero
della Cultura, Direzione Generale Archivi 133
Contributi
2026, The Author(s). This is an open access article, free of all copyright, that anyone can freely read, download, copy,
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the Department of Culture, Education and Society, University of Calabria, Rende (CS), Italy, published by Cacucci
Editore, Bari, Italy.
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ISSN 1121–0095
ISBN 979-12-5965-687-2
DOI 10.83409/aida.2026.388
pag. 109-130 (gennaio-giugno 2026)
Open access article licensed under CC-BY-NC-SA
Rappresentazione della follia femminile durante la
Prima Guerra Mondiale: evidenze dall’archivio storico
del manicomio di Girifalco
Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
*
Abstract: This study analyses diagnoses contained in female medical records from the First
World War (1915-1918), preserved in the historical archive of the Girifalco asylum (1881-
1978). It aims to systematically examine the diagnostic categories used for the management
of female madness during that period. From a methodological perspective, the occurrences
of diagnoses were first identified in the transcriptions using AntConc. Subsequently, a man-
ual review of the medical records was conducted, both to validate the extracted data and to
retrieve diagnoses from records that had not yet been transcribed. The diagnoses were contex-
tualised within contemporary nosological systems, particularly those of the psychiatrists Emil
Kraepelin and Andrea Verga, which were widely adopted in Italy at that time. In conclusion,
this study seeks to reconstruct the profile of institutionalised women in the Girifalco asylum
during the wartime years and to explore the relationship between psychiatric knowledge and
the cultural construction of female madness.
Keywords: Historical archives, Psychiatric nosography, Female madness, Gender studies, First
World War
1. L’internamento manicomiale femminile fra la seconda metà
dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento: contesto storico e
prospettive
1
A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, il crescente interesse verso
gli archivi manicomiali e la documentazione clinica in essi conservata ha con-
tribuito a rinnovare profondamente gli studi di storia della psichiatria, con-
*
Dipartimento di Culture, Educazione e Società, Università della Calabria, Rende (CS),
Italia; Istituto di Informatica e Telematica, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Rende (CS),
Italia. srrgrz97r52m208c@studenti.unical.it; grazia.serratore@iit.cnr.it. ORCID: 0009-0009-
9481-2213; emanuela.donato@iit.cnr.it. ORCID: 0009-0003-1350-1429.
Il testo è stato scritto in totale collaborazione e accordo tra le autrici, tuttavia i paragrafi 1 e
2 sono da attribuire a Grazia Serratore; i paragrafi 3, 3.1 e 5 a Emanuela Nicole Donato. Le
autrici Grazia Serratore e Emanuela Nicole Donato hanno lavorato congiuntamente ai para-
grafi 3.2 e 4.
110 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
ferendo ai documenti d’archivio lo statuto di fonti privilegiate per le ricerche
sulla malattia mentale. Parallelamente, gli studi tradizionalmente orientati alla
storia delle istituzioni secondo una prospettiva basagliana o foucaultiana han-
no ceduto il passo a un approccio sempre più multidisciplinare, capace di
valorizzare la molteplicità di storie che questi archivi storici racchiudono nella
loro ricchezza documentale. Tra i diversi filoni di ricerca sviluppati figurano
anche i gender studies. In questo ambito, particolare attenzione è stata dedicata
al ruolo delle donne all’interno delle istituzioni manicomiali, sia come infer-
miere sia come psichiatre, nonché alla condizione delle donne ricoverate, con
un interesse specifico sulle condizioni e le modalità di internamento femmini-
le (Valeriano 2017; Carrino 2018; Bertolo 2021).
Gli studi condotti sugli archivi degli ospedali psichiatrici italiani hanno
analizzato le modalità attraverso cui il processo di medicalizzazione della follia
femminile si è sviluppato all’interno e per mezzo dell’istituzione manicomiale
(Re 2014). Su questo tema Augusta Molinari scrive:
Dai materiali autobiografici conservati nelle cartelle cliniche del manicomio di
Quarto al mare, uno dei due grandi manicomi esistenti a Genova nel primo
Novecento, si può rilevare come il percorso dell’internamento manicomiale
si delinei per le donne a partire della [sic] famiglia o in stretto rapporto con
le gerarchie familiari. Il ricovero avviene, nella maggior parte dei casi, perché
la famiglia considera il comportamento privato e pubblico di queste donne
socialmente “inadeguato”. L’esperienza dell’internamento ha come obiettivo
primario quello di riportare i comportamenti femminili in ambiti socialmente
accettabili (Molinari 2008, 117).
Tali studi hanno contribuito ad evidenziare come le rappresentazioni della
femminilità elaborate dalla scienza, dalla cultura e dall’immaginario sociale
dell’epoca abbiano profondamente influenzato le interpretazioni della follia e
dell’anormalità femminile, orientando le pratiche diagnostiche verso categorie
coerenti con i modelli di genere e con il ruolo sociale tradizionalmente attri-
buito alle donne. Alla base di queste rappresentazioni del modello di compor-
tamento della donna e di devianza vi era infatti una visione di lunga durata
che identificava la piena realizzazione femminile con la maternità, considerata
espressione naturale della funzione biologica della donna e, al tempo stesso,
risposta a un’esigenza sociale fondamentale: la riproduzione e la formazione
di nuovi cittadini (Paolella 2014). In questa prospettiva, la donna folle, che
degenerava rispetto al modello atteso, era una donna che non rispondeva alle
proprie funzioni naturali, discostandosi dalle leggi della società e della natura.
Nel corso dell’Ottocento, in particolare, la convinzione di una stretta corre-
lazione tra l’insorgenza della malattia mentale femminile e le funzioni dell’ap-
parato riproduttivo costituiva una credenza ampiamente diffusa nell’imma-
ginario culturale e scientifico del tempo. Infatti, i modelli esplicativi della
patologia isterica facevano riferimento principalmente a due tipi di eziologia,
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 111
una uterina e l’altra nervosa. Quella uterina, pur con i dovuti aggiornamenti,
si fondava sull’idea di derivazione ippocratica che l’equilibrio psichico delle
donne potesse dipendere dall’utero e in generale dall’apparato riproduttivo,
considerati espressione di naturale debolezza e irritabilità, oltre che motore
della sensibilità femminile (Fiorino 2002). Le teorie di carattere neurologico
trovarono, invece, una sistematizzazione più compiuta nell’opera dello psi-
chiatra Jean-Martin Charcot (1825-1893). Pur prendendo inizialmente in
considerazione alcuni elementi della tradizione medica che associava l’isteria
alla cosiddetta iperestesia ovarica, Charcot contribuì in modo decisivo a ricon-
durre il disturbo a una patologia del sistema nervoso, aprendo la strada a nuo-
ve interpretazioni cliniche dell’isteria e nuove tecniche per il suo trattamento,
quali la suggestione e l’ipnosi (Gilson 2010). Allo stesso modo, già nel 1859,
nel suo Traité clinique et thérapeutique de l’Hystérie, lo psichiatra Paul Briquet
(1796-1881) fu tra i primi a sostenere l’esistenza dell’isteria maschile, met-
tendo in discussione la tradizionale associazione tra isteria e utero. Secondo il
medico francese, infatti, il disturbo poteva manifestarsi anche negli uomini,
nelle giovani non ancora sviluppate e nelle donne anziane, dimostrando così
che la sua origine non era legata esclusivamente all’influenza dell’apparato ri-
produttivo femminile (Mai e Merskey 1981).
Nonostante la pluralità di ipotesi eziologiche avanzate in merito alle cause
della follia femminile, alcune teorie fisiologiche dell’epoca attribuivano alle ca-
ratteristiche biologiche del corpo femminile una diretta influenza sulle facoltà
intellettive e morali delle donne; questo assunto avrebbe continuato a orientare
il pensiero clinico ben oltre i confini del secolo, mantenendo una significativa
persistenza nel discorso scientifico e popolare del Novecento. Medici, alienisti
e, perfino, giuristi concordavano, infatti, nel considerare la fragilità del corpo
e del temperamento femminile un dato biologico e oggettivo, suscettibile di
aggravarsi in circostanze che provocavano notevoli ripercussioni sul fisico e sul
sistema nervoso femminile, dando luogo a psicosi puerperali che, insieme all’i-
steria, condensavano la concezione scientifica e culturale della donna giudicata
naturalmente e fisicamente debole. La presunta predisposizione alla debolezza
e alla fragilità mentale femminile veniva, conseguentemente, ricondotta a una
differenza ritenuta intrinseca e costituzionale rispetto all’uomo. Infatti, come
osserva Marina Graziosi, la minore capacità razionale delle donne veniva giu-
stificata dal giurista Giovanni Carmignani (1768-1847) attraverso argomenta-
zioni di carattere fisiologico: «Egli è certo, dietro le osservazioni dei fisiologi,
che gli organi della generazione hanno molta influenza su quelli che servono
all’intelletto. Nelle femmine la midolla spinale è più debole e delicata che non
lo è nei maschi. Quindi han quelle più deboli le forze dello spirito» (Graziosi
2014; Ferrajoli 2023).
In una società patriarcale, in cui l’autorità familiare si trasmetteva dal
padre al marito, i comportamenti femminili ritenuti devianti veniva-
112 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
no ricondotti a manifestazioni di malattia mentale, determinando una
progressiva psichiatrizzazione dei comportamenti femminili. Le inter-
nate nei manicomi risultavano pertanto assoggettate alle norme di un’i-
stituzione – e ancor prima di una società – edificata da uomini e che con-
cepiva la figura femminile come un essere biologicamente inferiore.
Il quadro fin qui delineato si arricchisce ulteriormente se si considera il con-
testo bellico della Prima Guerra Mondiale. Fin dai primi mesi successivi allo
scoppio del conflitto, si registrò un significativo incremento degli ingressi, sia
maschili che femminili, negli istituti manicomiali italiani e, di conseguenza,
del numero complessivo dei ricoverati. È stato stimato che tra i soli militari
italiani almeno 40.000 uomini furono internati in manicomio nel corso della
guerra, mentre rilevanti furono anche le ricadute psicologiche sulla popola-
zione civile (Paolella 2014). La Grande Guerra costituì una fonte di traumi
profondi non soltanto per i soldati impegnati al fronte, ma anche per le donne,
le cui esperienze traumatiche si tradussero spesso in ricoveri ed internamenti
manicomiali (Valeriano 2016). Le donne, infatti, si trovarono spesso a dover
fronteggiare la partenza per il fronte dei propri padri, mariti e figli – vale a dire
delle figure maschili che, fino ad allora, avevano detenuto l’autorità decisio-
nale all’interno del nucleo familiare. A ciò si sommava il peso dell’incertezza
sul destino dei propri cari, unito alla necessità di farsi carico, in loro assenza,
di tutte quelle responsabilità che la divisione tradizionale dei ruoli aveva sino
a quel momento riservato agli uomini. Anche nei contesti rurali, già caratte-
rizzati da rigide gerarchie patriarcali e da una netta definizione dei ruoli di ge-
nere, il conflitto si inserì come elemento di forte discontinuità, contribuendo
a mettere in discussione, almeno in parte, gli assetti tradizionali consolidati
(Molinari 2001; 2008). Sebbene le donne siano state tra le più direttamente
esposte agli effetti del conflitto – poiché la loro vita quotidiana fu profonda-
mente trasformata dalla guerra – le informazioni disponibili sull’esperienza
bellica delle donne, soprattutto se appartenenti ai ceti subalterni, sono limita-
te. Il disagio psichico in tempo di guerra ha, dunque, tradizionalmente privi-
legiato una prospettiva maschile, incentrata sulle nevrosi di guerra e sulla con-
dizione psicopatologica dei combattenti e dei reduci dal fronte, trascurando
la popolazione femminile internata nel medesimo arco cronologico. Eppure le
donne non furono estranee alle ricadute psicopatologiche del conflitto: private
dei principali riferimenti familiari maschili, si trovarono a sostenere un carico
di responsabilità domestiche, economiche e sociali inedito, in un quadro cul-
turale che continuava a definirle esclusivamente attraverso il ruolo di madri e
mogli (Greco 2018).
Affinché la storia manicomiale non si configuri come una “storia di uomi-
ni”, relegando ulteriormente ai margini l’esperienza dell’internamento femmi-
nile, risulta fondamentale approfondire questo filone di ricerca mediante lo
studio dei materiali d’archivio, sviluppando un percorso di indagine incentrato
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 113
sulle donne e sulle diverse modalità con cui esse vissero la guerra, nonché sulle
conseguenze che tali esperienze ebbero sul loro equilibrio psichico (Cremonini
1992). È precisamente in questo snodo – tra pratiche diagnostiche dell’isti-
tuzione manicomiale, teorie psichiatriche del tempo e trauma collettivo pro-
dotto dalla Grande Guerra – che si inserisce il caso di studio qui presentato.
Il presente contributo si propone di condurre un’analisi sistematica delle dia-
gnosi cliniche estrapolate dalle cartelle cliniche delle pazienti ricoverate presso
l’Ospedale Psichiatrico di Girifalco nel quadriennio 1915-1918, con l’obietti-
vo di ricostruire le logiche classificatorie che hanno sostenuto i processi di me-
dicalizzazione della follia femminile all’interno dell’istituzione manicomiale.
La scelta di esplorare nello specifico le diagnosi associate alle donne ricoverate
nel periodo della Prima Guerra Mondiale risponde, poi, all’intento di appro-
fondire la condizione dell’internamento femminile durante il periodo bellico.
Le cartelle cliniche offrono, infatti, un osservatorio privilegiato per indagare le
interdipendenze tra i sistemi di classificazione psichiatrica del tempo, la con-
cezione culturale e sociale della natura femminile e le pratiche di internamento
nel periodo della Prima Guerra Mondiale. Ogni cartella clinica racchiude non
soltanto una storia clinica individuale, ma le tracce di un più ampio processo
di costruzione e utilizzo delle teorie psichiatriche e di sedimentazione delle
differenze di genere attraverso la pratica diagnostica.
2. Sistemi nosologici e di classificazione
Per comprendere appieno le dinamiche dell’internamento manicomiale
femminile, è necessario collocare la pratica medica e diagnostica nel conte-
sto storico, culturale e scientifico in cui essa si sviluppò, tenendo conto dei
sistemi nosografici all’epoca vigenti – ovvero delle classificazioni sistematiche
delle malattie secondo criteri definiti, volti a organizzare le entità patologiche
in categorie diagnostiche coerenti. La psichiatria europea conobbe una pro-
fonda trasformazione a partire dalla seconda metà del XIX secolo, quando il
problema della classificazione delle malattie mentali si impose con rinnovata
urgenza. Infatti, mentre le patologie somatiche avevano ormai raggiunto una
sistematizzazione nosografica pressoché consolidata, fondata sull’eziologia e
sull’anatomia patologica, le malattie mentali continuavano a presentarsi come
sindromi cliniche definite da insiemi di segni e sintomi privi di una causa
organica nota, ad eccezione delle forme infettive, tossiche e metaboliche (Sa-
lomone e Arnone 2009).
I primi sistemi di classificazione delle malattie mentali moderni furono
proposti dagli psichiatri francesi Philippe Pinel (1745-1826) e Jean-Étienne
Dominique Esquirol (1772-1840). Fu proprio a partire dall’opera di Pinel
che si affermò in modo definitivo la concezione delle malattie mentali come
114 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
entità nosologiche autonome e distinte da altre patologie, conferendo alla loro
sistematica classificazione una maggiore rilevanza scientifica.
Nel 1874, durante il primo congresso della Società Freniatrica Italiana, ven-
ne approvato in via provvisoria il sistema nosografico elaborato da Andrea Ver-
ga (1811-1895), considerato uno dei padri fondatori della psichiatria italiana.
Verga cercò di individuare relazioni di causa-effetto tra le lesioni cerebrali e i
sintomi psichiatrici, proponendo una classificazione che potesse fornire criteri
diagnostici condivisi (Verga 1874). L’approvazione di un sistema di classifica-
zione comune rispondeva soprattutto all’esigenza di realizzare un censimento
generale e uniforme degli alienati ricoverati negli istituti manicomiali del Re-
gno d’Italia in tempi rapidi, poiché i risultati del censimento dovevano essere
trasmessi entro il 31 dicembre 1874 alla rivista Archivio italiano per le malattie
nervose, accompagnati da osservazioni personali dei singoli medici (Salomone
e Arnone 2009). Anche se il sistema di classificazione verghiano non fu esente
da critiche e non venne considerato da tutti gli psichiatri del tempo come un
modello definitivo e universalmente valido, per la prima volta, questo offri-
va agli psichiatri italiani un insieme di categorie concettuali comuni e rico-
nosciute per la formulazione delle diagnosi. Infatti, pur subendo nel tempo
modifiche e adattamenti, il sistema proposto da Verga rappresentò la prima
classificazione psichiatrica uniforme riconosciuta a livello nazionale in Italia e
la sua introduzione segnò un passaggio significativo verso la costruzione di una
pratica psichiatrica capace di superare i tradizionali particolarismi regionali.
Nel dettaglio, nel sistema nosografico elaborato da Verga, la terminologia
adottata riflette un preciso tentativo di sistematizzazione scientifica del lessico
psichiatrico (Verga 1876). Il termine frenopatia viene utilizzato come categoria
generale per indicare le malattie mentali, considerate manifestazioni patolo-
giche accidentali e determinate dall’azione concomitante di cause specifiche,
il cui decorso può condurre alla guarigione, alla cronicizzazione oppure alla
morte. Il termine frenosi indica le diverse forme di follia cronica e apiretica,
attribuite a condizioni quali, ad esempio, allucinazioni, epilessia, isterismo,
puerperio, paralisi generale progressiva, o senilità. Le frenosi vengono poi di-
stinte in forme semplici e complicate: le prime interessano prevalentemente
la sfera intellettiva o affettiva, mentre le seconde si accompagnano a disturbi
sensoriali, motori e delle funzioni organiche. La frenastenia comprende inve-
ce le infermità mentali congenite, come idiozia, imbecillità e cretinismo. Le
frenastenie sono interpretate, quindi, come espressioni di una predisposizione
costituzionale o di una degenerazione organica. Verga riprende, poi, le forme
elementari tradizionali della nosografia psichiatrica – mania, monomania, me-
lanconia o lipemania e demenza – integrandole con la pazzia morale e la pazzia
circolare. La melanconia, o lipemania, è ulteriormente distinta in due sottoti-
pi: semplice e con stupore. Anche la demenza è oggetto di una classificazione
più articolata, che la suddivide in essenziale, primitiva, e consecutiva.
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 115
Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni dell’Ottocento il problema della
classificazione delle malattie mentali tornò spesso al centro del dibattito psi-
chiatrico italiano. Già durante il Congresso della Società Freniatrica Italiana
del 1886 venne affrontata nuovamente la questione nosografica, in relazione
alla proposta elaborata dalla Commissione per la Statistica internazionale de-
gli alienati, istituita nel Congresso di Anversa del 1885 come un pionieristico
precursore dei sistemi internazionali di raccolta dei dati sanitari. In tale occa-
sione Augusto Tamburini (1848-1919) presentò uno schema classificatorio
articolato in sette grandi gruppi diagnostici: le psicosi congenite; le psicosi
semplici e acute; le psicosi croniche consecutive; le psicosi croniche primitive;
le psicosi complicate con paralisi; le psicosi convulsive; e, infine, le psicosi
tossiche (Salomone e Arnone 2009). Questa classificazione venne approvata
dal Congresso, anche se il dibattito nosografico italiano era già stato profonda-
mente influenzato dalla classificazione elaborata dallo psichiatra Enrico Mor-
selli (1852-1929) nel 1883 e considerata da molti studiosi il più ambizioso
tentativo di costruire una classificazione scientificamente fondata delle malat-
tie mentali in Italia (Morselli 1885). L’obiettivo di Morselli era quello di su-
perare le tradizionali classificazioni descrittive attraverso criteri maggiormente
ancorati all’eziologia, all’evoluzione clinica e alle conoscenze biologiche allora
disponibili (Babini 2011).
Nonostante questi tentativi di sistematizzazione, il modello nosografico
destinato a esercitare l’influenza più profonda sulla psichiatria italiana dei pri-
mi decenni del Novecento, e non solo, fu quello elaborato dallo psichiatra
tedesco Emil Kraepelin (1856-1926). La ricezione del pensiero kraepeliniano,
attraverso la diffusione delle sue opere più note, tra cui Psychiatrie: Ein Lehr-
buch für Studierende und Ärzte e Die Erscheinungsformen des Irreseins, segna
l’affermazione di un orientamento scientifico sempre più legato ai modelli
della psichiatria tedesca (Babini 2011). L’originalità del sistema di Kraepelin
non consisteva semplicemente nell’introduzione di nuove categorie diagnosti-
che, come la dementia praecox, ma soprattutto nell’elaborazione di un diverso
modo di concepire la malattia mentale e la cura dei pazienti. Fino ad allora i
tentativi di condurre una classificazione delle patologie psichiatriche si erano
basati prevalentemente sull’osservazione dei sintomi presenti in un determina-
to momento clinico. Kraepelin riteneva, invece, che per individuare vere entità
morbose fosse necessario considerare anche altri aspetti, quali l’eziologia, cioè
la causa del disturbo; il decorso della malattia nel tempo; e il suo esito finale
o prognosi. Secondo questa prospettiva, sintomi apparentemente diversi po-
tevano appartenere alla stessa malattia se condividevano un’evoluzione clinica
comune, mentre quadri sintomatologici simili potevano essere distinti qualora
presentassero decorso e prognosi differenti (Berrios e Hauser 1988). Egli di-
stingueva le psicosi esogene, determinate da cause esterne all’organismo, come
intossicazioni, infezioni o traumi, dalle psicosi endogene, attribuite a fattori
116 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
costituzionali e biologici propri dell’individuo. Tra le tipologie di psicosi endo-
gene Kraepelin contribuì a definire, in modo rivoluzionario, la psicosi mania-
co-depressiva e la dementia praecox (Berrios 1988; Zivanovic e Nedic 2012). La
prima comprendeva un ampio spettro di manifestazioni dell’umore e ciò che
accomunava queste condizioni non era tanto la natura dei sintomi quanto il
loro andamento episodico e la relativa conservazione delle funzioni psichiche
tra un episodio e l’altro. Kraepelin riteneva che tali disturbi fossero sostenuti
da un meccanismo biologico ereditario e che presentassero una prognosi rela-
tivamente favorevole rispetto alle altre forme di psicosi. Ancora più innovativa
fu l’introduzione della categoria di dementia praecox. Kraepelin riunì infatti
sotto un’unica entità diagnostica sindromi che fino ad allora erano state con-
siderate disturbi distinti, come l’ebefrenia, la catatonia e le forme paranoidi.
La loro unificazione non era dovuta alla presenza degli stessi sintomi, ma alla
condivisione di un decorso caratterizzato da progressivo deterioramento del-
le funzioni psichiche. Questa impostazione contribuì alla costruzione di una
nosografia centrata sul decorso clinico, sull’eziologia e sul presunto substrato
organico delle malattie mentali, delineando la celebre dicotomia tra dementia
praecox e psicosi maniaco-depressiva, che avrebbe esercitato una profonda in-
fluenza sulla psichiatria del XX secolo e costituito la base teorica delle successi-
ve categorie diagnostiche di schizofrenia e disturbo bipolare (Jablensky 2007).
Le difficoltà intrinseche ad ogni tentativo classificatorio furono riconosciu-
te dagli stessi psichiatri del Novecento. Emblematiche, a questo proposito,
risultano le riflessioni di Lucio Bini (1908-1964), il quale sottolineava come la
persistente ignoranza riguardo alle cause delle malattie mentali, ai meccanismi
di funzionamento del cervello e all’influenza dei fattori ambientali rendes-
se estremamente difficile l’elaborazione di criteri diagnostici stabili e univer-
salmente condivisi (Salomone e Arnone 2009). Da tale incertezza derivò la
proliferazione di numerosi sistemi nosografici concorrenti, ciascuno fondato
su differenti presupposti teorici. Le osservazioni di Bini evidenziano, quindi,
un aspetto fondamentale della storia della psichiatria: le classificazioni non
rappresentano soltanto strumenti tecnici di ordinamento delle malattie, ma
riflettono il livello delle conoscenze scientifiche di una determinata epoca. I
numerosi tentativi di categorizzare la follia testimoniano pertanto lo sforzo
continuo della disciplina psichiatrica di dare forma e significato a fenomeni la
cui natura rimaneva in larga misura sconosciuta e, soprattutto, di definire il
proprio oggetto di studio.
Tuttavia, quando tali sistemi di classificazione venivano applicati alle pa-
zienti donne, questi si caricavano di significati che trascendevano la dimensio-
ne strettamente clinica per investire la sfera morale e sociale, rivelando come
il discorso psichiatrico egemonico operasse al contempo come catalizzatore di
inclusione ed esclusione sociale e come strumento di definizione della fem-
minilità secondo alcune norme sociali (Foucault 1985). All’interno di questo
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 117
quadro, i sistemi nosografici che organizzavano le categorie diagnostiche non
erano meri strumenti tecnici neutri, ma vere e proprie sovrastrutture ideologi-
che: essi contribuivano attivamente a costruire l’idea di follia femminile, riflet-
tendo e al tempo stesso riproducendo le categorie attraverso cui la psichiatria
italiana del primo Novecento interpretava e normalizzava le devianze dalla
norma di genere.
In questo contesto, ad esempio, l’isteria era ancora considerata, in linea con
la scuola francese di Jean-Martin Charcot, una nevrosi caratterizzata da sinto
-
mi motori, sensoriali e affettivi ed era spesso interpretata come una debolezza
costituzionale del sistema nervoso. La psicosi isterica, invece, non era una ca
-
tegoria uniforme, ma indicava forme più gravi e prolungate di disturbi isterici,
caratterizzati da stati con deliri, alterazioni della coscienza, confusione mentale.
Inoltre, era ancora diffusa l’idea che la psiche femminile fosse strettamente
legata alle fasi del ciclo riproduttivo, interpretate come momenti di particolare
vulnerabilità, durante i quali la donna risultava più esposta a crisi depressive,
deliranti o stati confusionali. In questo quadro ideologico venivano utilizzate
le categorie di psicosi mestruali, psicosi puerperali e psicosi della menopausa.
Nel periodo storico considerato, un ulteriore elemento ideologico tipico
del processo di attribuzione della diagnosi era la tendenza a ridimensionare o
reinterpretare i fattori esterni, come la guerra, a favore di cause interne all’indi-
viduo a giustificazione dell’insorgenza della malattia mentale. Anche nel caso
di eventi fortemente traumatici – come la Grande Guerra – questi erano con-
siderati soltanto fattori contingenti, incapaci di provocare da soli la malattia
mentale. Si sosteneva piuttosto che, quando un soggetto sviluppava una psico-
si o uno stato depressivo, fosse presente una più profonda predisposizione di
tipo endogeno. Analogamente a quanto avveniva per i soldati traumatizzati al
fronte, infatti, anche la follia femminile veniva considerata come un segnale di
“debole immunità psichica” (Del Rio 1916); si trattava, dunque, di individui
che si ammalavano non tanto per la forza degli eventi esterni, quanto per una
fragilità costituzionale preesistente. In questa prospettiva, se una donna, pur
provata da lutti, ansie e attese angoscianti, cadeva in stati di malinconia o di
delirio, la causa andava ricercata altrove: in una predisposizione ereditaria o
in «modificazioni fisiologiche della vita sessuale» (Del Rio 1916). In questo
modo la guerra veniva assolta come causa diretta della malattia mentale, poi-
ché la responsabilità della malattia mentale veniva spostata sul soggetto stesso
che ne era affetto (Paolella 2014).
3. Metodologia
Questo paragrafo illustra le scelte metodologiche adottate, con particolare
riferimento alle modalità di selezione del corpus documentale oggetto di stu-
dio e alle tecniche di analisi delle diagnosi.
118 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
3.1. Corpus documentale
Il manicomio di Girifalco, struttura attiva in provincia di Catanzaro dal
1881 al 1978, ha registrato in quasi un secolo di attività 22.415 ingressi
(14.661 uomini, 7.754 donne) (Marcello 1995, 363; Chiaravalloti e Taverniti
2021) e, ad oggi, l’archivio storico custodisce un totale di 15.794 fascicoli
personali dei pazienti.
L’archivio storico è stato al centro di due importanti progetti di valoriz-
zazione e recupero: il primo, ALPHA (eAsy inteLligent service Platform for
Healthy Ageing), avviato nel 2014 dall’Istituto di Informatica e Telematica del
Consiglio Nazionale delle Ricerche (IIT-CNR), in collaborazione con l’ICAR
(Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni) CNR di Napoli e il Centro
Regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme (CZ) e, a seguire, il progetto
PRIN 2022 PNRR DILIGO (DIgital preservation, LInguistic analysis and
valorization of historical archive of the former psychiatric hospital of Girifal-
cO). Quest’ultimo, guidato dall’IIT-CNR in collaborazione con le Università
di Foggia e di Napoli “Federico II”, ha previsto l’acquisizione di 3.000 cartelle
cliniche relative agli anni 1932-1944 e attività di trascrizione, annotazione e
analisi linguistica della documentazione clinica relativa ai periodi della Prima
Guerra Mondiale (1915-1918) e del Ventennio fascista (1922-1944).
Ai fini del presente studio, il corpus documentale considerato è stato cir-
coscritto alle cartelle cliniche femminili redatte nel quadriennio 1915-1918,
ovvero nel periodo corrispondente al Primo Conflitto Mondiale, che ammon-
tano complessivamente a 105 unità – distribuite per anno come illustrato nella
Tabella 1.
ANNO
NUMERO TOTALE DI
CARTELLE CLINICHE
NUMERO DI CARTELLE
CLINICHE FEMMINILI
1915 65 28
1916 98 20
1917 237 31
1918 365 26
Tabella 1. Cartelle cliniche totali e femminili per ciascun anno per il periodo considerato 1915-1918.
Per queste è stato possibile disporre delle trascrizioni precedentemente re-
alizzate nell’ambito del già citato progetto PRIN 2022 PNRR DILIGO
1
. Nel
1
Tra gli output del progetto DILIGO, realizzati dalle unità dell’Università degli Studi di
Napoli “Federico II” e dell’Università degli Studi di Foggia, rientrano analisi relative al lessico
delle diagnosi, dei sintomi e delle terapie. Tali attività sono state condotte sulla documen-
tazione clinica attraverso lo studio delle collocazioni lessicali e hanno costituito le basi per
l’elaborazione di tre glossari specialistici dedicati. Cfr. (Dovetto e Frías Urrea 2025) e (Dovetto
et al. 2025). Il progetto ha inoltre previsto, a cura dell’IIT-CNR (sede di Rende), l’addestra-
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 119
dettaglio, il progetto ha previsto la trascrizione di tutte le cartelle cliniche re-
datte per gli anni 1915 e 1916, effettuando invece un campionamento di 50
cartelle cliniche per anno (25 uomini e 25 donne) per il biennio 1917-1918.
Delle 105 cartelle cliniche femminili disponibili per il periodo considerato,
erano presenti 98 trascrizioni. Infatti, per l’anno 1917 risultavano trascritte
25 cartelle cliniche su un totale di 31, mentre per il 1918 erano trascritte 25
cartelle rispetto alle 26 conservate. Le 7 cartelle cliniche appartenenti al qua-
driennio ma non trascritte sono state analizzate consultando direttamente le
relative immagini digitalizzate.
3.2. Approccio metodologico per l’analisi del corpus
Sul piano metodologico, le 98 trascrizioni disponibili per le cartelle cli-
niche relative al periodo 1915-1918 sono state sottoposte ad una revisione
preliminare al fine di garantire una maggiore uniformità dei testi esaminati e
rappresentatività del lessico analizzato; tale processo ha infatti previsto la rimo-
zione delle annotazioni e delle note inserite dai trascrittori. Successivamente,
le trascrizioni sono state organizzate in file distinti, ciascuno corrispondente a
una specifica cartella clinica, così da mantenere una corrispondenza univoca
tra ogni file di trascrizione e la relativa cartella clinica trascritta.
I file sono stati successivamente analizzati mediante il software AntConc,
toolkit per le analisi linguistiche computazionali di corpora, largamente im-
piegato in particolare per l’analisi di testi specialistici e settoriali. L’analisi è
stata condotta utilizzando la funzionalità KeyWord In Context (KWIC), che
consente di visualizzare un termine o un’espressione di interesse all’interno
del proprio contesto di occorrenza. Utilizzando questa funzionalità è stata ef-
fettuata una ricerca per “diagnosi clinica”, campo appositamente predispo-
sto nella tabella nosologica delle cartelle cliniche e utilizzato per annotare le
diverse formulazioni diagnostiche per ciascuna paziente. Poiché le diagnosi
sono spesso caratterizzate da formulazioni linguisticamente molto articolate ed
estese, al fine di assicurare una corretta identificazione delle entità di interesse
senza perdita di termini rilevanti, è stato scelto di impostare come parametro
di ricerca iniziale una finestra di contesto pari a 7 token (context size = 7) a
destra rispetto all’occorrenza di “diagnosi clinica” nel testo. Le entità di inte-
resse costituiscono il contenuto utilizzato per valorizzare il campo considerato
e, pertanto, generalmente si collocano immediatamente dopo. Come illustrato
in Figura 1, la funzione KWIC applicata alla ricerca della stringa “diagnosi
mento di un modello di riconoscimento del testo manoscritto, finalizzato ad automatizzare e
rendere più efficiente il processo di trascrizione delle cartelle cliniche. Parallelamente, è stata
sviluppata e implementata una piattaforma ad accesso controllato per la consultazione delle
cartelle cliniche digitalizzate e delle relative trascrizioni. Cfr. (Serratore, Donato et al. 2025) e
(Serratore, Portaro et al. 2025).
120 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
clinica” ha, quindi, consentito di individuare in modo sistematico le diagnosi
registrate nelle singole cartelle cliniche.
Figura 1. Esempio di diagnosi cliniche estrapolate mediante il software AntConc.
L’estrazione delle diagnosi è stata seguita da una revisione manuale dell’in-
tero corpus considerato (105 cartelle cliniche), con una duplice finalità: da un
lato, verificare la correttezza e la completezza dei dati estratti automaticamente,
correggendo eventuali omissioni o ambiguità interpretative legate al processo
di trascrizione; dall’altro, raccogliere le occorrenze delle entità diagnostiche per
le cartelle cliniche per cui non erano disponibili le trascrizioni.
Le diagnosi così ottenute sono state successivamente analizzate sia dal pun-
to di vista della loro frequenza sia alla luce dei presupposti teorici dei princi-
pali modelli nosografici di riferimento dell’epoca, con particolare attenzione a
quelli elaborati dagli psichiatri Andrea Verga ed Emil Kraepelin. Tra i numero-
si sistemi di classificazione delle malattie mentali sviluppati tra la fine del XIX
e l’inizio del XX secolo, si è scelto di privilegiare questi due modelli nosografici
in virtù della loro rilevanza storica e scientifica.
Come già visto in precedenza, infatti (§2), il sistema nosografico di Andrea
Verga riveste un ruolo centrale nella storia della psichiatria italiana, poiché
fu il primo a essere adottato ufficialmente a livello nazionale, in seguito alla
sua approvazione da parte del Congresso della Società Freniatrica Italiana. Il
modello elaborato da Emil Kraepelin è stato, invece, preso in considerazione
per l’influenza determinante che questo continua ad esercitare sulla psichia-
tria moderna. Le innovazioni introdotte da Kraepelin contribuirono infatti
a ridefinire i criteri di classificazione dei disturbi mentali e costituirono un
punto di riferimento fondamentale per l’evoluzione della disciplina nel corso
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 121
del Novecento, lasciando un’eredità che continua a essere riconoscibile anche
nei sistemi diagnostici contemporanei.
L’analisi semantica delle entità diagnostiche estrapolate, in rapporto ai due
sistemi di classificazione considerati, ha permesso di ancorare le diagnosi rinve-
nute nelle cartelle cliniche del manicomio di Girifalco a un orizzonte nosogra-
fico storicamente contestualizzato, consentendo sia di delineare il profilo della
popolazione femminile internata durante il periodo bellico sia di approfondire
il rapporto tra sapere psichiatrico istituzionale e costruzione storico-culturale
del concetto di follia femminile nell’Italia del primo Novecento.
4. Dalle cartelle cliniche all’interpretazione delle diagnosi
Le diagnosi analizzate in questo studio sono state estratte da 105 cartelle
cliniche appartenenti a pazienti femminili e conservate nell’archivio storico del
manicomio di Girifalco, relative al periodo 1915-1918. Dal numero di cartelle
cliniche femminili rilevate, come evidenziato in Tabella 1, emerge come le
donne costituissero una netta minoranza della popolazione manicomiale di
Girifalco; questa circostanza non va interpretata come assenza di sofferenza
psichica femminile, bensì come effetto di dinamiche sociali specifiche: la fol-
lia femminile era più agevolmente contenuta all’interno delle mura domesti-
che, affidata alla vigilanza informale della rete parentale, e solo più raramente
culminava con l’internamento manicomiale. Dinamiche analoghe risultano
riscontrabili anche in periodi storici diversi rispetto a quello qui analizzato
(Greco 2018).
Per ciascuna delle 105 cartelle cliniche esaminate è stato possibile indi-
viduare almeno una diagnosi clinica. Tra queste, in 7 casi le cartelle cliniche
riportavano al loro interno più formulazioni diagnostiche, contrassegnate da
una numerazione progressiva che ha consentito di distinguere le diverse dia-
gnosi attribuite alla stessa paziente nel corso di ricoveri successivi. Si tratta di
una modalità di registrazione che documenta l’evoluzione del quadro clinico
o la sua reinterpretazione nel tempo da parte dei medici. Ne sono un esem-
pio le diagnosi 1. malinconia delirante; 2. stato maniaco; 3. stato maniaco; 4.
psicosi periodica oppure 1. non raggiunge gli estremi; 2. frenastenia, nelle quali
è possibile osservare il susseguirsi di differenti valutazioni cliniche riferite alla
medesima paziente.
Le 105 stringhe estrapolate in relazione al campo “diagnosi clinica”, al netto
delle ripetizioni, possono essere ricondotte a 76 etichette diagnostiche uniche.
Questa elevata variabilità lessicale è dovuta all’uso di formulazioni fortemente
descrittive, spesso costruite come enunciati specifici per il singolo caso clinico
e dunque difficilmente replicabili nella medesima forma grafica per la valuta-
zione di altre pazienti. Infatti, formulazioni come vizio cardiaco e nefrite inter-
stiziale con assenza di disturbi psichici oppure stato maniaco in soggetto isterico
122 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
- psicosi isterica inquadrano rapidamente la condizione clinica di una paziente,
tenendo conto di eventuali comorbilità e, al tempo stesso, evidenziando la
forte dipendenza della diagnosi dal singolo caso clinico. In questo contesto, la
diagnosi non si presenta dunque come una categoria stabile e formalizzata, ma
come sintesi tra sintomi osservati ed interpretazione medica.
L’etichetta diagnostica più frequentemente attestata nel corpus è confusione
mentale, con 13 occorrenze, seguita da stato maniaco e non constatata pazzia,
entrambe documentate rispettivamente in 8 casi. La predominanza della dia-
gnosi di confusione mentale appare particolarmente significativa, poiché riflet-
te il carattere ampio e relativamente indeterminato di questa diagnosi nella
pratica medica. Con tale espressione venivano infatti descritti quadri clinici
caratterizzati da alterazioni dello stato di coscienza, disorientamento, agita-
zione psicomotoria, incoerenza del pensiero e difficoltà nel mantenimento di
un contatto ordinato con la realtà. Proprio per la sua scarsa specificità, questa
etichetta diagnostica poteva essere applicata a condizioni patologiche molto
diverse tra loro e veniva spesso utilizzata in presenza di sintomi acuti la cui
eziologia o classificazione risultavano ancora incerte. Nel corpus analizzato,
confusione mentale sembra svolgere dunque una funzione diagnostica parti-
colarmente flessibile. Se in 13 casi essa compare come diagnosi autonoma, in
altri 7 casi assume il ruolo di specificazione di una condizione clinica ritenu-
ta preesistente o costituzionale. Lo dimostrano formulazioni quali confusione
mentale in soggetto originariamente deficiente e confusione mentale in frenasteni-
ca, nelle quali il disturbo psichico viene interpretato alla luce di una presunta
predisposizione patologica già attribuita alla paziente. In queste espressioni,
la diagnosi non si limita a descrivere uno stato psicopatologico momentaneo,
ma si inserisce all’interno di una più ampia narrazione clinica che tende a ri-
condurre l’episodio morboso a caratteristiche congenite del soggetto. L’elevata
frequenza di tale categoria sembra indicare, inoltre, una modalità di formula-
zione della diagnosi orientata a combinare l’osservazione dei sintomi riscon-
trati al momento dell’esame obiettivo con interpretazioni fondate su presunti
fattori costituzionali, ereditari o degenerativi. Particolarmente interessante
appare, poi, la formulazione diagnostica confusione mentale? (o demenza pre-
coce): il punto interrogativo introduce, infatti, nella formula diagnostica un
elemento di incertezza esplicita che documenta i limiti del giudizio clinico. La
presenza del punto interrogativo nella formula diagnostica è un segno inter-
pretativo interessante e ricorrente: il clinico non rinuncia alla diagnosi, ma ne
segnala la provvisorietà, aprendo uno spazio di indeterminatezza che la logica
classificatoria dovrebbe, invece, normalmente chiudere.
L’analisi dei contesti di utilizzo della diagnosi di stato maniaco evidenzia,
invece, una sua sistematica qualificazione in senso eziologico. In 11 casi, in-
fatti, tale etichetta non compare come formulazione autonoma, ma all’interno
di diagnosi più articolate che ne specificano l’origine attraverso il riferimento
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 123
a condizioni patologiche di natura congenita o infettiva. Si osservano, in par-
ticolare, formulazioni quali stato maniaco da infezione tifosa, stato maniaco da
infezione da melitensis, stato maniaco in soggetto tubercoloso, stato maniaco in
soggetto diabetico e stato maniaco in soggetto sifilitico. Queste espressioni contri-
buiscono a delineare un quadro nosografico in cui il disturbo psichico viene
costantemente ricondotto a una causa organica identificabile, costruendo così
un nesso diretto tra manifestazione mentale e substrato corporeo. Tale tenden-
za riflette un orientamento tipico della psichiatria dell’epoca, che cercava la
propria legittimazione scientifica all’interno di un paradigma di tipo organici-
sta. In questa prospettiva, la malattia mentale viene interpretata come effetto
secondario di condizioni fisiche verificabili, secondo un modello esplicativo
che attribuisce al corpo un ruolo causale primario nella genesi dei disturbi
psichici (Berrios 1996; Fiorino 2002).
Sembra dunque seguire il medesimo approccio anche la diagnosi di stato
maniaco in soggetto isterico, nella quale, analogamente alle altre formulazioni
precedentemente analizzate, il quadro psicopatologico viene inserito all’inter-
no di una cornice eziologica che ne orienta l’interpretazione. In questo caso,
l’isterismo non è presentato come una condizione contingente o esclusivamen-
te sintomatica, ma viene piuttosto ricondotto a una componente considerata
già insita nella costituzione femminile della paziente. In tal modo, la diagnosi
contribuisce a naturalizzare il disturbo, collocandolo entro un orizzonte in-
terpretativo che enfatizza la predisposizione individuale e, in particolare, la
dimensione corporea e di genere come fattori originari della patologia.
Inoltre, all’interno delle cartelle cliniche analizzate ricorrono formulazioni
quali pazzia indotta in soggetto isterico, psicosi ideativa (stato maniaco in soggetto
isterico), psicosi indotta in soggetto isterico. Questo uso riflette la tendenza a con-
siderare l’isteria come una fragilità costituzionale in grado di amplificare altri
processi patologici. In questa prospettiva si inserisce la lettura foucaultiana del
dispositivo della sessualità, in cui assume un ruolo centrale l’isterizzazione del
corpo della donna (Foucault 1985).
Anche le due etichette diagnostiche – melanconia ansiosa e melanconia stu-
porosa – si collocano all’interno del più ampio repertorio nosografico ottocen-
tesco. Questa distinzione trova un interessante parallelismo nella classifica-
zione proposta da Andrea Verga, che nel suo sistema nosografico operava una
differenziazione tra melanconia o lipemania semplice e forme accompagnate da
stupore. Nel modello verghiano, infatti, la melanconia non viene concepita
come un’unica categoria omogenea, ma come un insieme di manifestazioni
cliniche che possono variare in base alla presenza o meno di sintomi accessori,
in particolare lo stupore, considerato un elemento di maggiore gravità e com-
plessità del quadro clinico. La melanconia ansiosa indica, dunque, uno stato
depressivo caratterizzato da intensa inquietudine interna, angoscia, agitazione
psichica e spesso anche motoria. Il quadro clinico si presenta caratterizzato da
124 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
sofferenza emotiva continua associata a tensione e irrequietezza, paura immo-
tivata o disperazione. Al contrario, la melanconia stuporosa descrive una forma
in cui prevalgono il rallentamento psicomotorio e l’inibizione estrema delle
funzioni psichiche e comportamentali. Il soggetto appare immobile, poco re-
attivo, con riduzione marcata della capacità di iniziativa e della comunicazio-
ne, fino a configurare veri e propri stati di arresto comportamentale. Alcune
delle diagnosi riscontrate nelle cartelle cliniche sembrano dunque inserirsi
pienamente in una tradizione psichiatrica che tende a scomporre le grandi
categorie affettive in sottotipi descrittivi, mantenendo però un forte legame
tra osservazione clinica e classificazione fenomenologica del comportamento.
L’influenza di Andrea Verga sul lessico nosografico presente nelle diagnosi
girifalcesi emerge anche dalla presenza della categoria diagnostica frenosi sen-
soria, attestata con frequenza 3, e nella variante grafica frenosi sensoriale, con
frequenza 4. Verga definiva la frenosi sensoria come una forma di alterazione
psichica caratterizzata da un errore dei sensi, ossia da distorsioni percettive e
allucinatorie, che egli includeva tra le frenosi complicate. In tal senso, le alluci-
nazioni potevano costituire il punto di avvio sia di manifestazioni a prevalenza
eccitativa, assimilabili allo stato maniaco, sia di quadri clinici a prevalenza ini-
bitoria, riconducibili al versante melanconico. Nella classificazione verghiana,
inoltre, la natura eziologica delle allucinazioni assumeva un ruolo classificato-
rio rilevante: quando esse ad esempio erano ricondotte all’alcolismo o all’iste-
rismo si parlava di frenosi alcolica e frenosi isterica.
Nel corpus si riscontra una significativa proliferazione di varianti termi-
nologiche che rielaborano e ampliano tale schema classificatorio, tra cui: fre-
nosi della mestruazione, frenosi epilettica, frenosi isterica, frenosi senile, frenosi
sensoria, frenosi sensoria (episodio di demenza senile), frenosi sensoria in soggetto
sifilitico (episodi di demenza precoce), frenosi sensoriale, frenosi sensoriale (episodio
di paranoia?) e frenosi sensoriale della menopausa. Questa eterogeneità riflette la
flessibilità con cui una categoria generale è stata adattata nella pratica clinica
attraverso l’aggiunta di specificazioni eziologiche o contestuali.
Particolarmente rilevante, considerando il caso specifico delle pazienti don-
ne, è la presenza di diagnosi direttamente connesse alla fisiologia riproduttiva
femminile, quali frenosi della mestruazione, frenosi isterica, frenosi sensoriale del-
la menopausa, psicosi mestruale, psicosi isterica e psicosi puerperale. Anche all’in-
terno delle cartelle cliniche, il quadro clinico delle pazienti era letto in rappor-
to alla regolarità del ciclo mestruale, alla quantità di gravidanze o aborti avuti,
all’ingresso nella fase di menopausa. Si indagava specificamente il rapporto
tra insorgenza o acutizzazione della malattia e fattori come l’età di comparsa
del menarca, la regolarità e qualità del ciclo mestruale, l’epoca e le modalità
dello sviluppo puberale, l’andamento di gravidanze e parti. La regolarità del
ciclo mestruale e la sua assenza, spesso riportata con espressioni quali non fu
mai mestruata, sono scrupolosamente annotate, a dimostrazione dell’impatto
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 125
che questi elementi potevano esercitare sull’equilibrio psichico delle donne.
Si può affermare, tuttavia, che questi fenomeni venivano spesso riconosciuti
come causa invece che come conseguenza di uno stato di malattia: è infatti ve-
rosimile che amenorrea, dismenorrea e irregolarità mestruali fossero l’esito del
deperimento organico dovuto ad un livello di alimentazione per lo più scarso
o mediocre e alla presenza di malattie endemiche.
Per quanto riguarda la psicosi puerperale, nella nosografia ottocentesca il
puerperio non si limitava alle fasi immediatamente successive al parto, ma in-
cludeva anche la gravidanza e l’intero periodo di allattamento: in questo lasso
di tempo poteva dunque manifestarsi la malattia mentale, denominata gene-
ralmente follia puerperale ma anche detta mania puerperale. Il corrispettivo
moderno di queste categorie – baby blues, depressione peripartum, depressione
postpartum, psicosi peripartum – testimonia, al di là delle differenze terminolo-
giche, la persistenza di una fenomenologia clinica reale, che tuttavia nel corpus
in esame era medicalizzata secondo coordinate interpretative profondamente
diverse.
Un altro insieme rilevante è costituito dalle diagnosi che ritraggono la pa-
ziente come portatrice di un deficit cognitivo preesistente: frenastenia, con-
fusione mentale in frenastenica, confusione mentale in soggetto originariamente
deficiente, indebolimento mentale. La frenastenia era spesso diagnosticata in
assenza di strumenti valutativi standardizzati, ed esclusivamente sulla base
dell’impressione clinica del medico. Queste diagnosi contribuivano a costruire
un’immagine della paziente come portatrice di un deficit intellettivo origina-
rio e congenito, preesistente all’episodio acuto e, pertanto, nella maggior parte
dei casi, ne comportavano le dimissioni poiché non si ritenevano raggiunti gli
estremi previsti dalla (Legge n. 36 del 14 febbraio 1904) Disposizioni sui ma-
nicomi e sugli alienati, secondo cui il ricovero era giustificato solo in presenza
di alienazione mentale accertata e tale da rendere il soggetto un pericolo per
sé o per altri.
All’interno del corpus di cartelle cliniche analizzato, una traccia significa-
tiva dell’influenza della nosografia kraepeliniana emerge, invece, dalle occor-
renze della categoria diagnostica demenza precoce, presente sia come diagnosi
autonoma sia come qualificazione di quadri clinici più complessi. Il termine
compare complessivamente in sei casi e ricorre in formulazioni quali confu-
sione mentale (episodio di demenza precoce) e stato maniaco? (episodio di de-
menza precoce). Tali attestazioni documentano la progressiva ricezione delle
categorie kraepeliniane nella pratica psichiatrica italiana, sebbene con un certo
ritardo rispetto alla loro diffusione in altri contesti europei. L’uso dell’espres-
sione episodio di demenza precoce risulta particolarmente significativo perché
riflette una fase in cui la natura clinica e l’evoluzione della demenza precoce
non erano ancora pienamente comprese. Nella concezione di Kraepelin, la
demenza precoce costituiva una malattia unitaria caratterizzata da un decorso
126 Grazia Serratore, Emanuela Nicole Donato
progressivamente deteriorante; tuttavia, nella pratica clinica dei primi decenni
del Novecento i medici prendevano in esame le manifestazioni sintomatologi-
che isolate al momento del ricovero. L’impiego del termine episodio suggerisce
quindi che il clinico interpretasse determinati stati psicopatologici – come fasi
confusionali o maniacali – come possibili manifestazioni o momenti iniziali di
un processo morboso più ampio, senza che fosse ancora chiaro se tali quadri
rappresentassero una malattia autonoma, una fase della demenza precoce o
una condizione destinata a evolvere verso di essa. Questa oscillazione termi-
nologica testimonia le difficoltà di applicazione delle nuove categorie kraepe-
liniane e, più in generale, l’incertezza che caratterizzava l’adozione dei sistemi
nosografici allora disponibili.
5. Conclusioni
L’analisi delle diagnosi contenute nelle cartelle cliniche femminili del mani-
comio di Girifalco redatte nel quadriennio 1915-1918 ha evidenziato come il
processo di attribuzione diagnostica fosse il risultato di un complesso sistema
classificatorio nel quale osservazione clinica, teorie psichiatriche e rappresen-
tazioni sociali della femminilità risultavano strettamente intrecciate. Le cate-
gorie diagnostiche individuate non si configuravano come semplici strumenti
descrittivi della malattia mentale, ma come dispositivi interpretativi attraverso
cui l’istituzione psichiatrica organizzava e rendeva intelligibili le diverse forme
del disagio psichico.
L’esame del corpus selezionato ha mostrato la coesistenza di lessici diagnosti-
ci differenti, riconducibili a modelli teorici eterogenei: accanto alle categorie di
matrice verghiana o kraepeliniana compaiono, infatti, concetti principalmente
derivati dalla tradizione organicista. Tale pluralità terminologica riflette l’as-
senza, nella psichiatria italiana del periodo, di un sistema nosografico piena-
mente standardizzato e testimonia la compresenza di modelli esplicativi diver-
si, spesso utilizzati in maniera pragmatica dai clinici in funzione delle esigenze
interpretative e istituzionali del singolo caso clinico.
Particolarmente significativa appare la frequente associazione tra diagno-
si psichiatrica e condizioni corporee o costituzionali attribuite alle pazienti.
Le formule diagnostiche e i qualificatori impiegati nelle cartelle cliniche con-
tribuiscono a costruire un’immagine della malattia mentale femminile forte-
mente ancorata a fattori biologici e riproduttivi. In tale prospettiva, il corpo
femminile – attraverso riferimenti al ciclo mestruale, alla maternità o alle pato-
logie organiche – assume un ruolo centrale nella spiegazione dell’insorgenza e
dell’evoluzione del disturbo psichico. Allo stesso tempo, le valutazioni cliniche
di frenosi o malinconia attribuiscono notevole rilievo alle dimensioni emotive
e affettive, considerate possibili fattori scatenanti della malattia e interpretate
secondo le aspettative sociali e culturali relative al comportamento femminile.
Rappresentazione della follia femminile durante la Prima Guerra Mondiale 127
I risultati ottenuti confermano pertanto la necessità di analizzare le dia-
gnosi manicomiali come prodotti storici situati in uno specifico momento
storico, nonché espressione di determinate condizioni culturali, scientifiche e
istituzionali contingenti. In questo senso appare evidente come ogni catego-
ria diagnostica debba essere compresa ed interpretata all’interno della propria
“nicchia ecologica” (Hacking 2004), ovvero dell’insieme di pratiche, saperi,
valori e relazioni sociali che ne rendono e ne hanno reso possibile la formula-
zione e l’utilizzo. Le diagnosi registrate nelle cartelle non si limitavano infatti a
descrivere una condizione clinica, ma contribuivano a definire l’identità stessa
delle pazienti, inscrivendole in tipologie patologiche che tendevano a privile-
giare la dimensione costituzionale e a ridurre la complessità delle esperienze
individuali in accordo con le teorie dell’epoca.
In questa prospettiva, le categorie diagnostiche adottate non appaiono
come finestre trasparenti proiettate sulla realtà clinica del passato, bensì come
entità in cui si riflettono e vanno interpretate le modalità attraverso cui il sa-
pere psichiatrico del primo Novecento classificava, normalizzava e governava
le soggettività.
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Anno 44 – N. 1-2 – gennaio-giugno 2026
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Rivista semestrale di Scienze dell’Informazione
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presentazione della follia femminile durante la Prima
Guerra Mondiale: evidenze dall’archivio storico del ma-
nicomio di Girifalco
Rubriche
R G, Note in margine a Stefano Mo-
scadelli, a cura di. 2025. L’ Archivio di Mario Bracci.
Introduzione ed Inventario. Ministero della Cultura, Di-
rezione Generale Archivi
In copertina
Disegno di Paul Otlet, Collections Mundaneum, centre d’Archives, Mons (Belgique).